“NUTRIRE LA VITA. Il complesso equilibrio tra cibo, corpo ed emozioni in gravidanza”

“NUTRIRE LA VITA. Il complesso equilibrio tra cibo, corpo ed emozioni in gravidanza”
Questo workshop nasce per dare a chi è in attesa di un figlio, a chi desidera averne uno, a chi piace curiosare in questo mondo, un momento intimo di contatto con sé stessi per pensare, sperimentare il sentire e confrontarsi.
L’alimentazione e la psicologia insieme in questo particolare momento della vita, vogliono porre l’attenzione al nutrimento, non solo come cibo, ma anche come ciò che viene trasmesso con l’accudimento, l’attenzione, l’interazione.

Essere il cambiamento 2

13082776_1007252749310059_7774306997025567098_nL’as13217342_1004662162904704_3155634681692152495_osociazione Psike, in collaborazione con l’associazione di promozione sociale e culturale Brucare Onlus, propone all’interno dell’evento “Essere il cambiamento 2” una classe di bioenergetica SABATO 21 alle ore 11:00.

La Bioenergetica è una tecnica psicocorporea, fondata da Alexandrer Lowen già negli anni 50, che mira a sciogliere le tensioni a livello muscolare e articolare con esercizi che non coinvolgono solo l’aspetto fisico. In virtù dell’unità funzionale di corpo e mente, si scopre che il lavoro corporeo agisce sulle emozioni e sul benessere psichico. Inoltre il lavoro esperienziale sulle nostre emozioni agisce positivamente sulle proprietà fisiche ed energetiche dell’organismo.

Origini e gestione della rabbia

La rabbia, origini e gestione

gestione e origine della rabbia

“Ogni muscolo cronicamente teso è un muscolo arrabbiato, dato che la rabbia è la reazione naturale alla restrizione coatta e alla perdita della libertà” (Lowen 1994,16)

La rabbia, quindi, per Lowen nasce come risultato della restrizione alla nostra spontaneità, restrizione che facciamo per sopravvivere alle minacce che percepiamo provenire dal mondo esterno. La repressione della rabbia sfocia nella repressione dell’amore: infatti reprimere i sentimenti è un processo mortificante che indebolisce la pulsazione interna del corpo, la sua vitalità e la sua eccitazione. Se si reprime un sentimento, si reprimono, in qualche misura, anche tutti gli altri.

Cos’è la rabbia in bioenergetica

Lowen considera la rabbia nella sua qualità di risposta organismica alle frustrazioni che riceviamo dall’ambiente. La sua posizione è una estensione della posizione reichiana che riteneva che lo sviluppo della nevrosi fosse direttamente collegato al blocco, nel bambino, della sua capacità di esprimere rabbia quando qualcosa minaccia l’integrità della personalità. Infatti per Reich la frustrazione di un movimento teso al piacere porta al ritiro dell’impulso e ad una perdita di integrità nel corpo. Questa integrità può essere restaurata solo attraverso la mobilitazione del sentimento aggressivo: ecco perché Lowen considerava la rabbia l’emozione che guarisce.

Questa mobilitazione dell’energia aggressiva repressa è necessaria anche perché la rabbia repressa non scompare ma va a strutturare i blocchi muscolari. Questa posizione non significa certamente andare nel mondo senza filtri rispetto alle proprie pulsioni aggressive. Anzi per Lowen ripristinare la reazione organismica a questo livello permette proprio di evitare le esplosioni di rabbia narcisistica, collera e ira.

La capacità di contenere la rabbia è il corrispettivo della capacità di esprimerla efficacemente – dice Lowen – Il controllo cosciente necessario al contenimento è equivalente alla coordinazione e fluidità dell’azione che esprime la rabbia. Perciò una persona non può sviluppare la capacità di controllo se non sviluppa la capacità d’espressione.” (Lowen, 1994, 105)

E-mozione e movimento

Il sentimento è la percezione di un movimento interno, senza il quale, non proviamo emozione. La rabbia è la percezione di un afflusso di energia all’interno del corpo che attiva i muscoli che potrebbero realizzare l’atto rabbioso. La percezione però è un fenomeno superficiale, che significa che un impulso porta al sentimento solo quando raggiunge la superficie del corpo. Molti impulsi non si traducono in sentimenti perché rimangono confinati all’interno.

Spesso è quello che accade con la rabbia: l’impulso raggiunge il muscolo e lo rende pronto all’azione. L’io blocca l’azione attraverso una controtensione. Gli individui che per paura hanno represso la rabbia contro i genitori, per fare un esempio, mostrano una notevole tensione nei muscoli superiori della schiena. In molti casi la schiena è incurvata e sollevata, come quella di un gatto pronto all’attacco. Ma questo non significa che la persona sia in contatto con l’impulso rabbioso sottostante, magari può esprimere però questa tensione rabbiosa per uno stimolo di altra natura, o meglio per uno stimolo in cui l’espressione rabbiosa suscita meno conflitto.

Facciamo un esempio molto banale: non litigo con mio padre ma con il postino che suona troppo forte e che ha l’età di mio padre. In questo caso il litigio con il postino – totalmente inutile ai fini della consapevolezza – permette di scaricare parte della tensione e lo fa attraverso una relazione più neutra in cui emergono meno sensi di colpa se ci lasciamo andare.

Altra area in cui viene tipicamente trattenuta la rabbia è la mandibola: una controtensione che è stata necessaria per bloccare l’impulso di mordere o piangere. La tensione cronica della mandibola non può essere allentata con uno sforzo cosciente perché spesso rappresenta un atteggiamento caratterologico di determinazione.

Perché gli esercizi espressivi della rabbia

Contenimento e controllo – che in bioenergetica è padronanza di sé – si sviluppano quando si impara a mantenere l’eccitazione fino ad un livello elevato prima di scaricarla. I bambini non hanno un io sufficientemente forte, né una adeguata struttura muscolare, per avere questo tipo di contenimento. Anche lo strutturarsi di un blocco riduce l’ampiezza della nostra finestra di tolleranza come ben descritto dall’articolo di Tagliavini. La salute psichica è connessa a questa adeguata capacità di contenimento. Un movimento che coinvolge tutto il corpo è un movimento in cui le sensazioni fisiche, emotive e i pensieri sono connessi e si ha una piena consapevolezza e capacità di autoespressione e padronanza.

gestione della rabbiaGli esercizi proposti nelle sedute – o nelle classi d’esercizi – hanno lo scopo di aiutare le persone a percepire questa qualità organismica di rabbia per acquisire la capacità di esprimerla e controllarla. Un controllo che dipende dalla consapevolezza e non dalla repressione. Gli esercizi, per avere un pieno effetto terapeutico, devono essere accompagnati da parole che ne confermino il significato.” Le parole danno oggettività al sentimento e aiutano a mettere a fuoco l’azione. Dire sono tanto arrabbiato mentre si colpisce il lettino, integra la mente con l’azione corporea. Anche qui il tono della voce riflette e determina la qualità dell’esperienza…l’uso della voce fa risuonare il canale centrale del corpo aumentando notevolmente la carica energetica dell’azione.

 

Gelosia tra fratelli

La gelosia tra fratelli: aggressività e tensione

gelosia tra fratelliIl pensiero è buono, ma purtroppo è impossibile da realizzare. Ciò che accade ad un bambino quando arriva una sorellina o un fratellino è piuttosto drammatico: il più grande perde improvvisamente il 50% di tutto ciò che i genitori gli avevano messo a disposizione nella sua vita. È come se ad un certo punto il marito arrivasse a casa con una nuova moglie e pretendesse che tutti e tre viveste insieme nell’amore reciproco.

La reazione del figlio maggiore di fronte a questa pesante perdita solitamente è l’aggressività, o meglio un cocktail di dolore, rabbia e la sensazione di essere sbagliato, che si esprime in episodi di aggressività fisica o verbale. Questo accade, paradossalmente, perché i bambini elaborano, cioè imitano, i comportamenti dei genitori e fanno tutto il possibile per andare incontro ai loro bisogni e desideri – quelli consci e quelli inconsci.

Manuel è stato circondato per tutto il periodo della gravidanza della sorellina da genitori e altri adulti che esprimevano felicità, amore e tante aspettative positive per il nuovo membro della famiglia in arrivo. M. ha cercato di fare propri questi sentimenti, anche se naturalmente le sue immaginazioni non potevano eguagliare quelle degli adulti. Dopo la nascita, quando le gioie dell’attesa sono esplose nella felicità vera e propria e nell’amore, ha provato ad elaborare anche questi sentimenti. E probabilmente lo ha fatto anche spinto da una forte e costante sollecitazione da parte dei genitori, degli amici e degli altri famigliari che erano intorno a voi nelle prime settimane. Il comportamento di tutti gli adulti esprimeva un unico messaggio: «questa è una gioia assoluta e tutti noi amiamo la nuova arrivata».

Tutto questo affetto e questa positività sono un vero dono per la piccola Vittoria, ma nello stesso tempo rendono dura la vita a M., che si sente obbligato a provare le stesse cose degli adulti, ma sente anche qualcos’altro, cioè la perdita. Durante i suoi primi anni di vita la vostra presenza, la vostra attenzione e la vostra voglia di soddisfare sempre i suoi bisogni e i suoi desideri sono i messaggi che M. ha interpretato come “amore”. Ora tutto questo deve essere condiviso con un’altra e ciò lo spinge a dubitare seriamente di essere ancora amato.

Il suo problema più grande è quello di aver subito una perdita gigantesca, che nessun altro sembra notare e deve perciò affrontare da solo. La maggior parte dei bambini impiega alcuni mesi prima di riuscirci, nonostante vengano accusati di essere gelosi, rimproverati e sgridati.

Quando dite: «No!» o «Così non si fa!». Abbiamo anche cercato di farle capire che in quel modo fa male alla sorellina, che così diventa triste. Abbiamo provato ad usare un tono di voce severo, ma non abbiamo visto cambiamenti nel suo comportamento: o comincia a lamentarsi anche lui mentre lo sgridiamo, oppure colpisce di nuovo la sorellina.”

Quando un adulto dice qualcosa che suona incomprensibile o assurdo rispetto a ciò che il bambino sta cercando di esprimere, non serve cambiare il tono di voce. Per il bambino diventa anzi una conferma del fatto che i genitori non gli vogliano più bene e che i suoi sentimenti siano sbagliati – che nella percezione di un bambino significa essere sbagliato come persona. È per questo che, quando lo sgridate, M. ci rimane male, diventa aggressivo e ripete il suo gesto nella speranza di essere compreso (ed in questo imita gli adulti!)

Se un bambino potesse esprimersi verbalmente e con un linguaggio dalle sfumature esistenziali, chiederebbe ai suoi genitori di mettersi seduti ad ascoltare e direbbe loro: «Ho capito che la mia sorellina è la cosa più importante per voi al momento e mi sta bene. Anch’io penso che sia meravigliosa e non vedo l’ora di poter giocare con lei. Ma in questo momento il mio problema più grande è che sento di aver perso il vostro amore e per questo sono disperato e arrabbiato. Uno di voi non potrebbe aiutarmi? Perché non ho nessuna voglia di essere un bambino che non vi piace».

gelosia tra fratelliMa i bambini non sanno sempre usare così bene il linguaggio emotivo (spesso neanche gli adulti…), perciò devono attirare l’attenzione sulle loro frustrazioni, gioie, dolori e necessità. Non hanno bisogno degli inutili tentativi dei genitori di nascondere la loro perdita. Hanno invece bisogno di comprensione.

Suggerisco spesso che in un primo momento sia il padre ad occuparsi di questo problema. La ragione è che tutti i padri, almeno la prima volta, provano più o meno la stessa sensazione dei bambini: essi sentono cioè di finire improvvisamente al secondo posto nella “classifica” delle madri – e senza la prospettiva di poter tornare in cima.

Ma un uomo adulto nel corso di alcuni mesi si accorge che esiste una grande differenza tra l’amore di una madre per il suo bambino e quello per il suo compagno, perciò solitamente la tendenza alla gelosia scompare piuttosto velocemente. Lo stesso non vale per un bambino. D’ora in poi deve condividere lo stesso tipo di amore con un’altra bambina per sempre!

Ciò che gli serve è che suo padre lo prenda in braccio o la porti a fare una passeggiata e gli dica più o meno così: «Posso capire che ti venga voglia di picchiare la tua sorellina ogni tanto, anche se le vuoi bene. Qualche volta capita anche a me. Non la voglia di picchiarla, ma ogni tanto mi dà fastidio che prende così tanto tempo ed energia alla mamma. Dobbiamo cercare di abituarci … Anche a te dà fastidio per questo o ti dispiace solo che non abbiamo più così tanto tempo per stare insieme?».

È importante che questo discorso venga fatto col cuore! I bambini sanno leggere in maniera trasparente l’autenticità di ciò che gli viene detto.

Se le parole vengono dal cuore funzionano sempre, specialmente se un paio di giorni dopo il papà proporrà alla mamma: «Ora per un paio d’ore sto io con la piccolina, così voi due potete andare a fare un giro insieme. Si vede che vi mancate a vicenda».

 

Azioni da non commettere MAI con i bambini

Azioni da non commettere mai con i bambini

azioni da non commettere mai con i bambiniRabbia e / o Aggressività

La rabbia è un’emozione ben conosciuta ma cosa succede quando diventa aggressività e cosa crea quando è diretta sui bambini? Qualunque sia il comportamento dei piccoli, è proprio necessaria e quali sono le conseguenze?

  • Il bambino si sente disorientato, non può comprendere le motivazioni di un atteggiamento violento (ammesso che si possa comprendere!) e prova paura e insicurezza;
  • Apprende un modello di comportamento che “esibirà” in qualsiasi contesto e per qualsiasi motivo (a scuola, con i coetanei, ai giardini) subendo emarginazione e svalutazione;
  • Userà l’aggressività come modello di comunicazione per il proprio disagio anche nella sua vita di adulto creandosi relazioni perdenti e frustranti;
  • Svilupperà conflitti con i genitori e a loro porterà il “conto finale”.
Svalutazione

Spesso gli adulti non danno peso alle parole che usano quando vogliono rimproverare un bambino per un suo comportamento e pensano di ottenere una risposta opposta a quella che si “costruisce” senza riflettere , ciò può provocare:

  • Bassa autostima. Il bambino incomincia a credere di essere inadeguato, di non avere risorse da spendere. Ogni confronto gli creerà ansia se i suoi stessi genitori gli ricordano di essere incapace;
  • In alcuni casi si sentirà di reagire chiedendosi prestazioni eccessive senza prendere pace mai, neppure di fronte ai successi. Penserà di dover emulare modelli genitoriali irraggiungibili e, non raramente, potrà cadere in depressioni infantili, sempre più frequenti.
Umiliazione

Quante volte un adulto non si rende conto che riprendere un bambino in pubblico crea al piccolo un dolore che non può esprimere; uno schiaffo, una sgridata eccessiva, un insulto (sei stupido, sei imbranato, sei il solito), uno strattone lo mettono nella condizione di estrema umiliazione e non sortiscono effetti educativi ma, al contrario, possono sviluppare:

  • Rabbia e aggressività;
  • Senso di tradimento, tradito dal genitore che rende pubbliche le sue difficoltà;
  • Bassa autostima;
  • Apprendimento di un inefficace comportamento sociale;
Mancanza di ascolto

 Un genitore e / o insegnante, spesso, fa i conti con la sua stanchezza ed i problemi quotidiani e non prende coscienza di dare un ascolto sommario ai bisogni di un bambino; li sottovaluta come cose di poca importanza e dilaziona all’infinito le promesse del “dopo” che, raramente, arriva nel momento giusto. Più tardi, in adolescenza, la “chiusura” all’altro è assicurata. Quali i sentimenti che scatena la mancanza di ascolto in un bambino?

  • Sente di non essere importante proprio mentre affronta “problemi” per lui vitali;
  • Sfiducia nel mondo;
  • Desiderio di richiudere dentro sentimenti ed emozioni;
  • Mancanza di empatia che più tardi potrebbe diventare incapacità di dare importanza al prossimo;
Insofferenza

Quanti reagiscono con insofferenza ai capricci di un bambino o alle sue richieste anche sacrosante e quali sono gli strumenti che un piccolo ha per comprendere le difficoltà appartengono agli adulti? Ciò che ne deriva non sono pensieri e ragionamenti ma stati emozionali che vanno in quella “spugna “ emotiva dalla quale sarà difficile far riemergere gli eventi, che fanno male ma, di sicuro, creeranno malessere diffuso (come tutto il resto sopra elencato ) nella vita da adulto.

  • Insofferenza appresa;
  • Difficoltà ad aspettare;
  • Difficoltà nella relazione;
Iperprotezione

azioni da non commettere mai con i bambiniPer molti adulti un bambino non cresce mai ed ha costantemente bisogno di protezione e difesa anche laddove ha le capacità di agire in proprio.
Risolvere i problemi di qualunque tipo, non ultimi quelli con i coetanei, sovrapporsi al piccolo nella ricerca delle soluzioni, creargli dipendenza in ogni azione, farlo sentire inadeguato in ogni contesto può sviluppare:

 

  • Bisogno di continua approvazione;
  • Incapacità di scelte personali;
  • Sentimento profondo di inadeguatezza;
  • Sentimento di inferiorità;
  • Paura di deludere e immobilismo;
  • Difficoltà scolastiche;
  • Regressione infantile e costruzione di personalità immatura;
  • Sintomi psicosomatici (la malattia come alibi: depressione, ansia, attacchi di panico, ecc);

Il panorama può essere molto più vasto ma una cosa che occorre sottolineare è che tutto questo avviene, nella maggior parte dei casi, senza la minima consapevolezza da parte degli adulti che pure amano i bambini. Si potrebbe parlare, piuttosto, di una sorta di “cecità” e “ sordità” psicologica tramandata da generazioni nonostante si siano sperimentati gli stessi “dolori”.

Non si parla di colpa, quindi, ma di errori che aspettano di essere rivisitati con una diversa ottica, quella dell’intelligenza emotiva, che raggiunge vette molto più alte di qualsiasi quoziente intellettivo…

Mettersi “in cammino” vuol dire già essere genitori e adulti sui quali potranno contare le future generazioni.

Come fronteggiare il MOBBING, percorsi di utilità

Come fronteggiare il MOBBING

Quando si trattfronteggiare il mobbinga di condizioni di disagio a lavoro, è molto importante rivolgersi a centri specializzati e strutturati per accogliere chi ha difficoltà, fare una valutazione e con il preciso scopo di prevenire condizioni di disagio conseguenti alle patologie stress lavoro correlate.

Da un punto di vista legislativo deve rispondere a quanto disposto dal D.lgs 81 del 2008 (legge sulla sicurezza dei luoghi di lavoro). In questi casi la procedura consiste in un primo colloquio psicologico, alla somministrazione di test psicodiagnostici, e ad un secondo colloquio con l’utente.

L’accertamento ha una valenza medico-legale e si conclude con una certificazione che sarà inviata al Medico Competente che la utilizzerà come contributo tecnico al provvedimento sanitario da adottare. Qualora se ne ravvisi la necessità si possono svolgere, conclusa la parte formale dell’attività di accertamento, un breve periodo di counseling finalizzato a comprendere il senso di disagio proposto dal soggetto. L’attività di counseling non assume mai una dimensione psicoterapeutica.

Step imprescindibili per un iter affidabile

  1. Test psicodiagnostici a valenza medico legale
  2. Questionari di accesso;
  3. Colloquio di accoglienza (Test proiettivi di personalità; Test di deterioramento o sviluppo intellettivo)
  4. Colloquio psicologico;
  5. Colloquio psichiatrico;
  6. Visita medico del lavoro o colloquio psicologico conclusivo.

Oltre alla possibilità di effettuare un percorso di valutazione alcuni centri offrono un percorso esperienziale formato da:

  • Gruppi di incontro tra utenti che soffrono di problemi stress lavoro correlati, a carattere psicoterapeutico e di sostegno.
  • Laboratori anti – mobbing, ovvero incontri di tipo seminariale, sempre a carattere psicoterapeutico e di sostegno, in cui attraverso la visione di film si elaborano tematiche e nuove strategie utili al fronteggiamento dei problemi stress lavoro correlati.

Le vittime di mobbing o persone comunque sofferenti per disagio relazionale sul posto di lavoro, narrano l’esperienza di una vasta gamma di emozioni negative che vanno dal senso d’impotenza, al calo dell’autostima, fino ad un forte senso di autodeprecazione, rabbia, mancanza di concentrazione, vuoti di memoria e pensieri intrusivi e disturbanti. Il percorso esperienziale attraverso i gruppi ed i laboratori ha lo scopo di offrire uno spazio per la mediazione emozionale, con l’obiettivo di comprendere le modalità di reazione agli eventi ed alle relazioni.

Rimane fondamentale creare un proprio progetto di cambiamento, possibilmente anche attraverso una terapia individuale, con la prospettiva di innescare un nuovo processo evolutivo. I setting in cui viene reso possibile tutto questo garantiscono un clima di fiducia e condivisione in cui è possibile attuare processi di scambio di conoscenze, di sviluppo di creatività nella risoluzione dei problemi e di recupero delle competenze e capacità.

Lo scopo è quello di creare delle comunità competenti all’interno del territorio che condividano non solo i problemi, ma anche le esperienze della loro risoluzione; per questo scopo si utilizzano proiezioni di film su argomenti attinenti che siano da stimolo per sviluppare nuove modalità creative, nuove visioni e nuovi modi di pensare riguardo le difficoltà lavorative.

Anaffettività e dipendenza affettiva maschile

Anaffettività e dipendenza affettiva maschile

dipendenza affettiva maschileA differenza di quella femminile, la dipendenza affettiva maschile è più mascherata e più drammatica. Un motivo è quello familiare e culturale: l’uomo è spinto a controllare le sue emozioni e gli affetti perché deve apparire forte.

Come si esprime la dipendenza maschile?

Essa si esprime attraverso tre diversi comportamenti:

  • La ricerca del potere;
  • La paura di legarsi ed impegnarsi;
  • La freddezza, tecnicamente “l’anaffettività”.

IL POTERE

L’uomo dipendente cerca di dominare e di imporsi nel rapporto di coppia.

Il potere è uno strumento che utilizza per nascondere al mondo la sua fragilità e cioè il suo personale bisogno di dipendenza ed è per questo motivo che cerca partner bisognosi di cure e affetto. Finché il partner accetta di recitare la parte del “debole”, il rapporto può mantenere un equilibrio. Se questi, spontaneamente o per effetto di un cambiamento, inizia a conquistare una maggiore autonomia o ricerca la parità, l’altro cerca di respingerlo nella condizione di dipendenza attraverso la manipolazione psicologica, tentando cioè di provocare nel partner dei sensi di colpa.

Se il “debole” insiste nella rivendicazione, c’è il rischio che l’uomo prima s’incattivisca, minacciando l’abbandono, e poi, di fronte ad un processo irreversibile, crolli miseramente aggrappandosi ad essa.

LA PAURA DI LEGARSI

Gli uomini – in genere – si vantano di essere indipendenti e liberi, cercano la libertà e rifuggono i legami eppure è raro che non abbiano legami. I legami poi o s’interrompono precocemente in nome della libertà o sono portati avanti, ma il partner è vittima di manipolazioni psicologiche e/o deprivazione affettiva.

Quest’atteggiamento porta le donne a giudicare uomini del genere “figli di puttana”. dipendenza affettiva maschileL’accusa però è impropria. Primo, perché in genere gli uomini che hanno non si vogliono legare hanno avuto madri iperprotettive e gelose. Secondo, perché “non lo fanno apposta”; l’uomo è in buona fede nel momento in cui entra in relazione e sente che quella è la donna giusta. Il problema si pone se l’uomo sente che il sentimento potrebbe condurlo a “qualcosa d’importante” e la paura raffredda ogni sua passionalità ed intenzione sentimentale.

L’ANAFFETTIVITÁ

L’anaffettività è tipica di quegli uomini che invece cedono al bisogno di relazione, ma poi compensano la propria paura con un atteggiamento che non dà spazio al calore, alla tenerezza, ai gesti affettuosi. Quest’atteggiamento spesso porta all’esasperare la partner perché è come se l’uomo stesse con lei per farle un piacere, ma manifestamente “scoglionato”. L’uomo anaffettivo inoltre è facilmente riconoscibile dal fatto che svaluta la sua partner. La strategia inconscia che sottende quest’atteggiamento è rivolta a convincere la partner di non avere alcun valore e, pertanto, di essere fortunata d’avere accanto un uomo il quale, nonostante i suoi difetti, la tollera. Tale strategia è ovviamente funzionale a evitare l’abbandono. Se essa funziona, di fatto, la donna finisce con lo svalutarsi, e di solito questo comporta l’insorgenza di disturbi di vario genere, ma soprattutto alla depressione.

Se la partner non ha una personalità depressiva e si oppone ai tentativi di squalifica del partner, avanzando una serie di rabbiose contestazioni volte a evidenziare i difetti dell’altro, quest’ultimo si arrabbia, passa gran parte del tempo a dire che lui è fatto così, se non le va bene può andarsene, tanto lui non ne ha bisogno e non sa che farsene.

Intanto, ovviamente, continua a “pretendere” di essere accudito e più si sente debole e minacciato più aumentano le recriminazioni. Se la donna, alla fine, non ce la fa più e si allontana, i tentativi di ricondurla al suo posto sono incessanti, ma non si associano mai alla confessione dell’affetto e del bisogno. Quando essi riescono vani, e l’uomo non ce la fa ad avviare un altro rapporto con le stesse caratteristiche del precedente o, al limite, a rifugiarsi presso la madre, si danno paurosi crolli dell’identità personale.

L’UOMO E LA RICERCA DELLA SECONDA MAMMA.

Se si osserva oggettivadipendenza affettiva maschilemente il comportamento di un uomo a casa, si nota come essi esprimano un bisogno di affidamento totale alla partner femminile: farsi accudire (cibo, pulizia della casa, lavaggio e stiratura degli abiti, ecc.) a richieste ingiustificabili (farsi allungare un oggetto a portata di mano, chiedere dove stanno le cose, ecc.).

Comportamenti del genere sono intollerabili per alcune donne, perché
essi sono letti come impositivi e prepotenti. La prepotenza di fatto è oggettiva. Il motivo alla base di questo comportamento è che l’uomo ha bisogno di sondare la disponibilità della partner da un punto di vista “pratico” nei suoi confronti e da questa disponibilità ne ricava conferme affettive, così come la donna le donne le ricava dalle attenzioni, dalle tenerezze e dalle espressioni di affetto.

La natura “mammona” dei maschi italiani in particolare è un luogo comune, ma molto più concretamente occorre riconoscere che, almeno nel contesto culturale italiano, parecchi figli maschi sono curati, iperprotetti e idolatrati dalla madre.

L’iperprotezione materna condiziona i figli a dipendere da una figura femminile, e ciò esaspera le donne evolute, soprattutto se esse lavorano, si tratta di un vero e proprio handicap, che si rende evidente in due circostanze; la partner si ammala, ha dei disturbi psicosomatici che esprimono il suo bisogno di sottrarsi al ruolo di madre. In tale circostanza, l’uomo si aggira per la casa come un cane bastonato, scopre, con frustrazione e con rabbia, la sua scarsa dimestichezza coi fornelli, con la lavatrice, col ferro da stiro, ecc. Le donne masochiste alla fine si trascinano fuori dal letto e continuano a fare le mamme affrante, le donne combattive invece assumono atteggiamenti più sadici, ma rischiano di aggravare ancor più la loro condizione fisica.

La seconda circostanza si realizza quando la donna, stanca di fare da madre e da serva all’uomo, decide di separarsene. Le conseguenze di questa decisione sono varie. Alcuni uomini, che non hanno mai manifestato un attaccamento particolare alla partner, crollano, si aggrappano a lei, la scongiurano di non lasciarli soli e promettono di cambiare. Altri si appellano a parenti ed amici per indurre un ripensamento nella partner, la colpevolizzano fino al giorno della comparsa di fronte al giudice. Altri reagiscono con indifferenza e con ma questo atteggiamento dura finché essi non capiscono che è finita per sempre. Quando avviene questa presa di coscienza, il comportamento indifferente si converte in uno dei due descritti in precedenza.

I MASCHIETTI NON PIANGONO!dipendenza affettiva maschile

Il problema è che gli uomini, non meno delle donne, sono vittime di una tradizione che impone loro di controllare le emozioni e l’affettività e di vergognarsene profondamente.

La vergogna, è accentuata dal comportamento iperprotettivo delle madri italiane che, nell’intento cosciente di privilegiarli, finiscono, di fatto, con il determinare nei figli un bisogno incoercibile di dipendenza da una figura femminile.

 

Alessitimia: la difficoltà ad esprimere e riconoscere le emozioni

Che cos’è l’alessitimia?

alessitimiaL’alessitimia è spesso relegata a semplice opposto dell’empatia. Si tratta invece della difficoltà ad esprimere e riconoscere le emozioni. I sintomi spesso compaiono insieme ai disturbi psicosomatici, ma le ipotesi sulla sua eziologia comprendono fattori sociali, culturali, genetici e neurofisiologici.

L’alessitimia fa riferimento ad un deficit della sfera emotiva. Letteralmente il termine fa riferimento alla mancanza di parole per esprimere le emozioni, ma il disturbo è in realtà più ampio e comprende la percezione ed il riconoscimento degli stati emotivi propri ed altrui. L’alessitimia fu riconosciuta negli anni ’70 per definire un insieme di caratteristiche di personalità tipiche dei pazienti psicosomatici.
Esistono diversi livelli di alessitimia, anche perché può essere limitata a determinate emozioni, situazioni o persone. Il fenomeno è dunque complesso e non sembra esistere un’unica causa che lo spieghi; spesso per comodità l’alessitimia viene definita come il contrario dell’empatia.

L’alessitimia e l’empatia

L’empatia è considerata l’abilità che permette di entrare in sintonia con il mondo interiore di un’altra persona e comprenderne gli stati d’animo, i pensieri e le reazioni, senza farle nostre. L’alessitimia è definita l’opposto della capacità empatica perché sarebbe grazie a quest’ultima che comprendiamo il significato emotivo della comunicazione verbale e non verbale.

Questo legame è stato usato anche per comprendere le cause dell’alessitimia. Ad esempio, una teoria accreditata basa lo sviluppo dell’empatia su dei processi di sintonizzazione-desintonizzazione che si stabiliscono immediatamente nel rapporto madre-figlio e che permettono al genitore di comprendere cosa stia provando il bambino e a dare un nome al suo stato (hai fame, hai sonno, hai paura, ecc.). L’incapacità di dare un nome alle emozioni del lattante, porta il bambino a evitare di esprimerle, causando un grave arresto allo sviluppo empatico. Queste evidenze sono anche alla base dell’ipotesi socio-evolutiva dell’alessitimia.

I sintomi dell’alessitimia

I sintomi alessitimici sono spesso riscontrabili nei pazienti psicosomatici e in generale li si associa ai disturbi somatoformi. Paul MacLean, psicologo esperto, notò in questi pazienti una diffusa incapacità a verbalizzare le emozioni e pensò che a causa di un disturbo neurologico: gli stati emotivi invece di essere verbalizzati utilizzassero una specie di linguaggio corporeo. Jurgen Reusch aggiunse a queste osservazioni anche la presenza di altre caratteristiche specifiche: arresto dell’apprendimento sociale, ricorso all’imitazione, coscienza morale rigida, dipendenza, passività e in generale una personalità infantile e un pensiero simbolico ridotto.

Le cause dell’alessitimia

L’alessitimia non si riscontra solo o sempre in concomitanza con questi disturbi: la sua estrema variabilità ha causato non poche difficoltà a comprenderne le cause. Gli studi riportano fattori di sviluppo (come citato in precedenza), genetici, neurofisiologici, intrapsichici e fattori socio culturali. Alcuni studi cross culturali hanno rilevato una maggiore incidenza dei sintomi alessitimici nei paesi in via di sviluppo. Questo ha avvalorato l’ipotesi di chi sostiene l’alessitimia non sia altro che una forma di difesa contro il dolore.

L’ipotesi più accreditata resta quella dell’arresto dello sviluppo a seguito di un trauma, di una relazione sterile o danni neurofisiologici. Nello specifico, molti dati arriverebbero dagli studi sulla specializzazione emisferica che indicano nel danno precoce dell’emisfero destro un fattore predittivo della comparsa dell’alessitimia. Anche la carente comunicazione tra i due emisferi, presente in pazienti con il cervello scisso, contribuisce ad una scarsa competenza emotiva. In questi casi si evidenziano anche bassi livelli di empatia.