Origini e gestione della rabbia

La rabbia, origini e gestione

gestione e origine della rabbia

“Ogni muscolo cronicamente teso è un muscolo arrabbiato, dato che la rabbia è la reazione naturale alla restrizione coatta e alla perdita della libertà” (Lowen 1994,16)

La rabbia, quindi, per Lowen nasce come risultato della restrizione alla nostra spontaneità, restrizione che facciamo per sopravvivere alle minacce che percepiamo provenire dal mondo esterno. La repressione della rabbia sfocia nella repressione dell’amore: infatti reprimere i sentimenti è un processo mortificante che indebolisce la pulsazione interna del corpo, la sua vitalità e la sua eccitazione. Se si reprime un sentimento, si reprimono, in qualche misura, anche tutti gli altri.

Cos’è la rabbia in bioenergetica

Lowen considera la rabbia nella sua qualità di risposta organismica alle frustrazioni che riceviamo dall’ambiente. La sua posizione è una estensione della posizione reichiana che riteneva che lo sviluppo della nevrosi fosse direttamente collegato al blocco, nel bambino, della sua capacità di esprimere rabbia quando qualcosa minaccia l’integrità della personalità. Infatti per Reich la frustrazione di un movimento teso al piacere porta al ritiro dell’impulso e ad una perdita di integrità nel corpo. Questa integrità può essere restaurata solo attraverso la mobilitazione del sentimento aggressivo: ecco perché Lowen considerava la rabbia l’emozione che guarisce.

Questa mobilitazione dell’energia aggressiva repressa è necessaria anche perché la rabbia repressa non scompare ma va a strutturare i blocchi muscolari. Questa posizione non significa certamente andare nel mondo senza filtri rispetto alle proprie pulsioni aggressive. Anzi per Lowen ripristinare la reazione organismica a questo livello permette proprio di evitare le esplosioni di rabbia narcisistica, collera e ira.

La capacità di contenere la rabbia è il corrispettivo della capacità di esprimerla efficacemente – dice Lowen – Il controllo cosciente necessario al contenimento è equivalente alla coordinazione e fluidità dell’azione che esprime la rabbia. Perciò una persona non può sviluppare la capacità di controllo se non sviluppa la capacità d’espressione.” (Lowen, 1994, 105)

E-mozione e movimento

Il sentimento è la percezione di un movimento interno, senza il quale, non proviamo emozione. La rabbia è la percezione di un afflusso di energia all’interno del corpo che attiva i muscoli che potrebbero realizzare l’atto rabbioso. La percezione però è un fenomeno superficiale, che significa che un impulso porta al sentimento solo quando raggiunge la superficie del corpo. Molti impulsi non si traducono in sentimenti perché rimangono confinati all’interno.

Spesso è quello che accade con la rabbia: l’impulso raggiunge il muscolo e lo rende pronto all’azione. L’io blocca l’azione attraverso una controtensione. Gli individui che per paura hanno represso la rabbia contro i genitori, per fare un esempio, mostrano una notevole tensione nei muscoli superiori della schiena. In molti casi la schiena è incurvata e sollevata, come quella di un gatto pronto all’attacco. Ma questo non significa che la persona sia in contatto con l’impulso rabbioso sottostante, magari può esprimere però questa tensione rabbiosa per uno stimolo di altra natura, o meglio per uno stimolo in cui l’espressione rabbiosa suscita meno conflitto.

Facciamo un esempio molto banale: non litigo con mio padre ma con il postino che suona troppo forte e che ha l’età di mio padre. In questo caso il litigio con il postino – totalmente inutile ai fini della consapevolezza – permette di scaricare parte della tensione e lo fa attraverso una relazione più neutra in cui emergono meno sensi di colpa se ci lasciamo andare.

Altra area in cui viene tipicamente trattenuta la rabbia è la mandibola: una controtensione che è stata necessaria per bloccare l’impulso di mordere o piangere. La tensione cronica della mandibola non può essere allentata con uno sforzo cosciente perché spesso rappresenta un atteggiamento caratterologico di determinazione.

Perché gli esercizi espressivi della rabbia

Contenimento e controllo – che in bioenergetica è padronanza di sé – si sviluppano quando si impara a mantenere l’eccitazione fino ad un livello elevato prima di scaricarla. I bambini non hanno un io sufficientemente forte, né una adeguata struttura muscolare, per avere questo tipo di contenimento. Anche lo strutturarsi di un blocco riduce l’ampiezza della nostra finestra di tolleranza come ben descritto dall’articolo di Tagliavini. La salute psichica è connessa a questa adeguata capacità di contenimento. Un movimento che coinvolge tutto il corpo è un movimento in cui le sensazioni fisiche, emotive e i pensieri sono connessi e si ha una piena consapevolezza e capacità di autoespressione e padronanza.

gestione della rabbiaGli esercizi proposti nelle sedute – o nelle classi d’esercizi – hanno lo scopo di aiutare le persone a percepire questa qualità organismica di rabbia per acquisire la capacità di esprimerla e controllarla. Un controllo che dipende dalla consapevolezza e non dalla repressione. Gli esercizi, per avere un pieno effetto terapeutico, devono essere accompagnati da parole che ne confermino il significato.” Le parole danno oggettività al sentimento e aiutano a mettere a fuoco l’azione. Dire sono tanto arrabbiato mentre si colpisce il lettino, integra la mente con l’azione corporea. Anche qui il tono della voce riflette e determina la qualità dell’esperienza…l’uso della voce fa risuonare il canale centrale del corpo aumentando notevolmente la carica energetica dell’azione.

 

Gelosia tra fratelli

La gelosia tra fratelli: aggressività e tensione

gelosia tra fratelliIl pensiero è buono, ma purtroppo è impossibile da realizzare. Ciò che accade ad un bambino quando arriva una sorellina o un fratellino è piuttosto drammatico: il più grande perde improvvisamente il 50% di tutto ciò che i genitori gli avevano messo a disposizione nella sua vita. È come se ad un certo punto il marito arrivasse a casa con una nuova moglie e pretendesse che tutti e tre viveste insieme nell’amore reciproco.

La reazione del figlio maggiore di fronte a questa pesante perdita solitamente è l’aggressività, o meglio un cocktail di dolore, rabbia e la sensazione di essere sbagliato, che si esprime in episodi di aggressività fisica o verbale. Questo accade, paradossalmente, perché i bambini elaborano, cioè imitano, i comportamenti dei genitori e fanno tutto il possibile per andare incontro ai loro bisogni e desideri – quelli consci e quelli inconsci.

Manuel è stato circondato per tutto il periodo della gravidanza della sorellina da genitori e altri adulti che esprimevano felicità, amore e tante aspettative positive per il nuovo membro della famiglia in arrivo. M. ha cercato di fare propri questi sentimenti, anche se naturalmente le sue immaginazioni non potevano eguagliare quelle degli adulti. Dopo la nascita, quando le gioie dell’attesa sono esplose nella felicità vera e propria e nell’amore, ha provato ad elaborare anche questi sentimenti. E probabilmente lo ha fatto anche spinto da una forte e costante sollecitazione da parte dei genitori, degli amici e degli altri famigliari che erano intorno a voi nelle prime settimane. Il comportamento di tutti gli adulti esprimeva un unico messaggio: «questa è una gioia assoluta e tutti noi amiamo la nuova arrivata».

Tutto questo affetto e questa positività sono un vero dono per la piccola Vittoria, ma nello stesso tempo rendono dura la vita a M., che si sente obbligato a provare le stesse cose degli adulti, ma sente anche qualcos’altro, cioè la perdita. Durante i suoi primi anni di vita la vostra presenza, la vostra attenzione e la vostra voglia di soddisfare sempre i suoi bisogni e i suoi desideri sono i messaggi che M. ha interpretato come “amore”. Ora tutto questo deve essere condiviso con un’altra e ciò lo spinge a dubitare seriamente di essere ancora amato.

Il suo problema più grande è quello di aver subito una perdita gigantesca, che nessun altro sembra notare e deve perciò affrontare da solo. La maggior parte dei bambini impiega alcuni mesi prima di riuscirci, nonostante vengano accusati di essere gelosi, rimproverati e sgridati.

Quando dite: «No!» o «Così non si fa!». Abbiamo anche cercato di farle capire che in quel modo fa male alla sorellina, che così diventa triste. Abbiamo provato ad usare un tono di voce severo, ma non abbiamo visto cambiamenti nel suo comportamento: o comincia a lamentarsi anche lui mentre lo sgridiamo, oppure colpisce di nuovo la sorellina.”

Quando un adulto dice qualcosa che suona incomprensibile o assurdo rispetto a ciò che il bambino sta cercando di esprimere, non serve cambiare il tono di voce. Per il bambino diventa anzi una conferma del fatto che i genitori non gli vogliano più bene e che i suoi sentimenti siano sbagliati – che nella percezione di un bambino significa essere sbagliato come persona. È per questo che, quando lo sgridate, M. ci rimane male, diventa aggressivo e ripete il suo gesto nella speranza di essere compreso (ed in questo imita gli adulti!)

Se un bambino potesse esprimersi verbalmente e con un linguaggio dalle sfumature esistenziali, chiederebbe ai suoi genitori di mettersi seduti ad ascoltare e direbbe loro: «Ho capito che la mia sorellina è la cosa più importante per voi al momento e mi sta bene. Anch’io penso che sia meravigliosa e non vedo l’ora di poter giocare con lei. Ma in questo momento il mio problema più grande è che sento di aver perso il vostro amore e per questo sono disperato e arrabbiato. Uno di voi non potrebbe aiutarmi? Perché non ho nessuna voglia di essere un bambino che non vi piace».

gelosia tra fratelliMa i bambini non sanno sempre usare così bene il linguaggio emotivo (spesso neanche gli adulti…), perciò devono attirare l’attenzione sulle loro frustrazioni, gioie, dolori e necessità. Non hanno bisogno degli inutili tentativi dei genitori di nascondere la loro perdita. Hanno invece bisogno di comprensione.

Suggerisco spesso che in un primo momento sia il padre ad occuparsi di questo problema. La ragione è che tutti i padri, almeno la prima volta, provano più o meno la stessa sensazione dei bambini: essi sentono cioè di finire improvvisamente al secondo posto nella “classifica” delle madri – e senza la prospettiva di poter tornare in cima.

Ma un uomo adulto nel corso di alcuni mesi si accorge che esiste una grande differenza tra l’amore di una madre per il suo bambino e quello per il suo compagno, perciò solitamente la tendenza alla gelosia scompare piuttosto velocemente. Lo stesso non vale per un bambino. D’ora in poi deve condividere lo stesso tipo di amore con un’altra bambina per sempre!

Ciò che gli serve è che suo padre lo prenda in braccio o la porti a fare una passeggiata e gli dica più o meno così: «Posso capire che ti venga voglia di picchiare la tua sorellina ogni tanto, anche se le vuoi bene. Qualche volta capita anche a me. Non la voglia di picchiarla, ma ogni tanto mi dà fastidio che prende così tanto tempo ed energia alla mamma. Dobbiamo cercare di abituarci … Anche a te dà fastidio per questo o ti dispiace solo che non abbiamo più così tanto tempo per stare insieme?».

È importante che questo discorso venga fatto col cuore! I bambini sanno leggere in maniera trasparente l’autenticità di ciò che gli viene detto.

Se le parole vengono dal cuore funzionano sempre, specialmente se un paio di giorni dopo il papà proporrà alla mamma: «Ora per un paio d’ore sto io con la piccolina, così voi due potete andare a fare un giro insieme. Si vede che vi mancate a vicenda».

 

Azioni da non commettere MAI con i bambini

Azioni da non commettere mai con i bambini

azioni da non commettere mai con i bambiniRabbia e / o Aggressività

La rabbia è un’emozione ben conosciuta ma cosa succede quando diventa aggressività e cosa crea quando è diretta sui bambini? Qualunque sia il comportamento dei piccoli, è proprio necessaria e quali sono le conseguenze?

  • Il bambino si sente disorientato, non può comprendere le motivazioni di un atteggiamento violento (ammesso che si possa comprendere!) e prova paura e insicurezza;
  • Apprende un modello di comportamento che “esibirà” in qualsiasi contesto e per qualsiasi motivo (a scuola, con i coetanei, ai giardini) subendo emarginazione e svalutazione;
  • Userà l’aggressività come modello di comunicazione per il proprio disagio anche nella sua vita di adulto creandosi relazioni perdenti e frustranti;
  • Svilupperà conflitti con i genitori e a loro porterà il “conto finale”.
Svalutazione

Spesso gli adulti non danno peso alle parole che usano quando vogliono rimproverare un bambino per un suo comportamento e pensano di ottenere una risposta opposta a quella che si “costruisce” senza riflettere , ciò può provocare:

  • Bassa autostima. Il bambino incomincia a credere di essere inadeguato, di non avere risorse da spendere. Ogni confronto gli creerà ansia se i suoi stessi genitori gli ricordano di essere incapace;
  • In alcuni casi si sentirà di reagire chiedendosi prestazioni eccessive senza prendere pace mai, neppure di fronte ai successi. Penserà di dover emulare modelli genitoriali irraggiungibili e, non raramente, potrà cadere in depressioni infantili, sempre più frequenti.
Umiliazione

Quante volte un adulto non si rende conto che riprendere un bambino in pubblico crea al piccolo un dolore che non può esprimere; uno schiaffo, una sgridata eccessiva, un insulto (sei stupido, sei imbranato, sei il solito), uno strattone lo mettono nella condizione di estrema umiliazione e non sortiscono effetti educativi ma, al contrario, possono sviluppare:

  • Rabbia e aggressività;
  • Senso di tradimento, tradito dal genitore che rende pubbliche le sue difficoltà;
  • Bassa autostima;
  • Apprendimento di un inefficace comportamento sociale;
Mancanza di ascolto

 Un genitore e / o insegnante, spesso, fa i conti con la sua stanchezza ed i problemi quotidiani e non prende coscienza di dare un ascolto sommario ai bisogni di un bambino; li sottovaluta come cose di poca importanza e dilaziona all’infinito le promesse del “dopo” che, raramente, arriva nel momento giusto. Più tardi, in adolescenza, la “chiusura” all’altro è assicurata. Quali i sentimenti che scatena la mancanza di ascolto in un bambino?

  • Sente di non essere importante proprio mentre affronta “problemi” per lui vitali;
  • Sfiducia nel mondo;
  • Desiderio di richiudere dentro sentimenti ed emozioni;
  • Mancanza di empatia che più tardi potrebbe diventare incapacità di dare importanza al prossimo;
Insofferenza

Quanti reagiscono con insofferenza ai capricci di un bambino o alle sue richieste anche sacrosante e quali sono gli strumenti che un piccolo ha per comprendere le difficoltà appartengono agli adulti? Ciò che ne deriva non sono pensieri e ragionamenti ma stati emozionali che vanno in quella “spugna “ emotiva dalla quale sarà difficile far riemergere gli eventi, che fanno male ma, di sicuro, creeranno malessere diffuso (come tutto il resto sopra elencato ) nella vita da adulto.

  • Insofferenza appresa;
  • Difficoltà ad aspettare;
  • Difficoltà nella relazione;
Iperprotezione

azioni da non commettere mai con i bambiniPer molti adulti un bambino non cresce mai ed ha costantemente bisogno di protezione e difesa anche laddove ha le capacità di agire in proprio.
Risolvere i problemi di qualunque tipo, non ultimi quelli con i coetanei, sovrapporsi al piccolo nella ricerca delle soluzioni, creargli dipendenza in ogni azione, farlo sentire inadeguato in ogni contesto può sviluppare:

 

  • Bisogno di continua approvazione;
  • Incapacità di scelte personali;
  • Sentimento profondo di inadeguatezza;
  • Sentimento di inferiorità;
  • Paura di deludere e immobilismo;
  • Difficoltà scolastiche;
  • Regressione infantile e costruzione di personalità immatura;
  • Sintomi psicosomatici (la malattia come alibi: depressione, ansia, attacchi di panico, ecc);

Il panorama può essere molto più vasto ma una cosa che occorre sottolineare è che tutto questo avviene, nella maggior parte dei casi, senza la minima consapevolezza da parte degli adulti che pure amano i bambini. Si potrebbe parlare, piuttosto, di una sorta di “cecità” e “ sordità” psicologica tramandata da generazioni nonostante si siano sperimentati gli stessi “dolori”.

Non si parla di colpa, quindi, ma di errori che aspettano di essere rivisitati con una diversa ottica, quella dell’intelligenza emotiva, che raggiunge vette molto più alte di qualsiasi quoziente intellettivo…

Mettersi “in cammino” vuol dire già essere genitori e adulti sui quali potranno contare le future generazioni.

Come fronteggiare il MOBBING, percorsi di utilità

Come fronteggiare il MOBBING

Quando si trattfronteggiare il mobbinga di condizioni di disagio a lavoro, è molto importante rivolgersi a centri specializzati e strutturati per accogliere chi ha difficoltà, fare una valutazione e con il preciso scopo di prevenire condizioni di disagio conseguenti alle patologie stress lavoro correlate.

Da un punto di vista legislativo deve rispondere a quanto disposto dal D.lgs 81 del 2008 (legge sulla sicurezza dei luoghi di lavoro). In questi casi la procedura consiste in un primo colloquio psicologico, alla somministrazione di test psicodiagnostici, e ad un secondo colloquio con l’utente.

L’accertamento ha una valenza medico-legale e si conclude con una certificazione che sarà inviata al Medico Competente che la utilizzerà come contributo tecnico al provvedimento sanitario da adottare. Qualora se ne ravvisi la necessità si possono svolgere, conclusa la parte formale dell’attività di accertamento, un breve periodo di counseling finalizzato a comprendere il senso di disagio proposto dal soggetto. L’attività di counseling non assume mai una dimensione psicoterapeutica.

Step imprescindibili per un iter affidabile

  1. Test psicodiagnostici a valenza medico legale
  2. Questionari di accesso;
  3. Colloquio di accoglienza (Test proiettivi di personalità; Test di deterioramento o sviluppo intellettivo)
  4. Colloquio psicologico;
  5. Colloquio psichiatrico;
  6. Visita medico del lavoro o colloquio psicologico conclusivo.

Oltre alla possibilità di effettuare un percorso di valutazione alcuni centri offrono un percorso esperienziale formato da:

  • Gruppi di incontro tra utenti che soffrono di problemi stress lavoro correlati, a carattere psicoterapeutico e di sostegno.
  • Laboratori anti – mobbing, ovvero incontri di tipo seminariale, sempre a carattere psicoterapeutico e di sostegno, in cui attraverso la visione di film si elaborano tematiche e nuove strategie utili al fronteggiamento dei problemi stress lavoro correlati.

Le vittime di mobbing o persone comunque sofferenti per disagio relazionale sul posto di lavoro, narrano l’esperienza di una vasta gamma di emozioni negative che vanno dal senso d’impotenza, al calo dell’autostima, fino ad un forte senso di autodeprecazione, rabbia, mancanza di concentrazione, vuoti di memoria e pensieri intrusivi e disturbanti. Il percorso esperienziale attraverso i gruppi ed i laboratori ha lo scopo di offrire uno spazio per la mediazione emozionale, con l’obiettivo di comprendere le modalità di reazione agli eventi ed alle relazioni.

Rimane fondamentale creare un proprio progetto di cambiamento, possibilmente anche attraverso una terapia individuale, con la prospettiva di innescare un nuovo processo evolutivo. I setting in cui viene reso possibile tutto questo garantiscono un clima di fiducia e condivisione in cui è possibile attuare processi di scambio di conoscenze, di sviluppo di creatività nella risoluzione dei problemi e di recupero delle competenze e capacità.

Lo scopo è quello di creare delle comunità competenti all’interno del territorio che condividano non solo i problemi, ma anche le esperienze della loro risoluzione; per questo scopo si utilizzano proiezioni di film su argomenti attinenti che siano da stimolo per sviluppare nuove modalità creative, nuove visioni e nuovi modi di pensare riguardo le difficoltà lavorative.

Anaffettività e dipendenza affettiva maschile

Anaffettività e dipendenza affettiva maschile

dipendenza affettiva maschileA differenza di quella femminile, la dipendenza affettiva maschile è più mascherata e più drammatica. Un motivo è quello familiare e culturale: l’uomo è spinto a controllare le sue emozioni e gli affetti perché deve apparire forte.

Come si esprime la dipendenza maschile?

Essa si esprime attraverso tre diversi comportamenti:

  • La ricerca del potere;
  • La paura di legarsi ed impegnarsi;
  • La freddezza, tecnicamente “l’anaffettività”.

IL POTERE

L’uomo dipendente cerca di dominare e di imporsi nel rapporto di coppia.

Il potere è uno strumento che utilizza per nascondere al mondo la sua fragilità e cioè il suo personale bisogno di dipendenza ed è per questo motivo che cerca partner bisognosi di cure e affetto. Finché il partner accetta di recitare la parte del “debole”, il rapporto può mantenere un equilibrio. Se questi, spontaneamente o per effetto di un cambiamento, inizia a conquistare una maggiore autonomia o ricerca la parità, l’altro cerca di respingerlo nella condizione di dipendenza attraverso la manipolazione psicologica, tentando cioè di provocare nel partner dei sensi di colpa.

Se il “debole” insiste nella rivendicazione, c’è il rischio che l’uomo prima s’incattivisca, minacciando l’abbandono, e poi, di fronte ad un processo irreversibile, crolli miseramente aggrappandosi ad essa.

LA PAURA DI LEGARSI

Gli uomini – in genere – si vantano di essere indipendenti e liberi, cercano la libertà e rifuggono i legami eppure è raro che non abbiano legami. I legami poi o s’interrompono precocemente in nome della libertà o sono portati avanti, ma il partner è vittima di manipolazioni psicologiche e/o deprivazione affettiva.

Quest’atteggiamento porta le donne a giudicare uomini del genere “figli di puttana”. dipendenza affettiva maschileL’accusa però è impropria. Primo, perché in genere gli uomini che hanno non si vogliono legare hanno avuto madri iperprotettive e gelose. Secondo, perché “non lo fanno apposta”; l’uomo è in buona fede nel momento in cui entra in relazione e sente che quella è la donna giusta. Il problema si pone se l’uomo sente che il sentimento potrebbe condurlo a “qualcosa d’importante” e la paura raffredda ogni sua passionalità ed intenzione sentimentale.

L’ANAFFETTIVITÁ

L’anaffettività è tipica di quegli uomini che invece cedono al bisogno di relazione, ma poi compensano la propria paura con un atteggiamento che non dà spazio al calore, alla tenerezza, ai gesti affettuosi. Quest’atteggiamento spesso porta all’esasperare la partner perché è come se l’uomo stesse con lei per farle un piacere, ma manifestamente “scoglionato”. L’uomo anaffettivo inoltre è facilmente riconoscibile dal fatto che svaluta la sua partner. La strategia inconscia che sottende quest’atteggiamento è rivolta a convincere la partner di non avere alcun valore e, pertanto, di essere fortunata d’avere accanto un uomo il quale, nonostante i suoi difetti, la tollera. Tale strategia è ovviamente funzionale a evitare l’abbandono. Se essa funziona, di fatto, la donna finisce con lo svalutarsi, e di solito questo comporta l’insorgenza di disturbi di vario genere, ma soprattutto alla depressione.

Se la partner non ha una personalità depressiva e si oppone ai tentativi di squalifica del partner, avanzando una serie di rabbiose contestazioni volte a evidenziare i difetti dell’altro, quest’ultimo si arrabbia, passa gran parte del tempo a dire che lui è fatto così, se non le va bene può andarsene, tanto lui non ne ha bisogno e non sa che farsene.

Intanto, ovviamente, continua a “pretendere” di essere accudito e più si sente debole e minacciato più aumentano le recriminazioni. Se la donna, alla fine, non ce la fa più e si allontana, i tentativi di ricondurla al suo posto sono incessanti, ma non si associano mai alla confessione dell’affetto e del bisogno. Quando essi riescono vani, e l’uomo non ce la fa ad avviare un altro rapporto con le stesse caratteristiche del precedente o, al limite, a rifugiarsi presso la madre, si danno paurosi crolli dell’identità personale.

L’UOMO E LA RICERCA DELLA SECONDA MAMMA.

Se si osserva oggettivadipendenza affettiva maschilemente il comportamento di un uomo a casa, si nota come essi esprimano un bisogno di affidamento totale alla partner femminile: farsi accudire (cibo, pulizia della casa, lavaggio e stiratura degli abiti, ecc.) a richieste ingiustificabili (farsi allungare un oggetto a portata di mano, chiedere dove stanno le cose, ecc.).

Comportamenti del genere sono intollerabili per alcune donne, perché
essi sono letti come impositivi e prepotenti. La prepotenza di fatto è oggettiva. Il motivo alla base di questo comportamento è che l’uomo ha bisogno di sondare la disponibilità della partner da un punto di vista “pratico” nei suoi confronti e da questa disponibilità ne ricava conferme affettive, così come la donna le donne le ricava dalle attenzioni, dalle tenerezze e dalle espressioni di affetto.

La natura “mammona” dei maschi italiani in particolare è un luogo comune, ma molto più concretamente occorre riconoscere che, almeno nel contesto culturale italiano, parecchi figli maschi sono curati, iperprotetti e idolatrati dalla madre.

L’iperprotezione materna condiziona i figli a dipendere da una figura femminile, e ciò esaspera le donne evolute, soprattutto se esse lavorano, si tratta di un vero e proprio handicap, che si rende evidente in due circostanze; la partner si ammala, ha dei disturbi psicosomatici che esprimono il suo bisogno di sottrarsi al ruolo di madre. In tale circostanza, l’uomo si aggira per la casa come un cane bastonato, scopre, con frustrazione e con rabbia, la sua scarsa dimestichezza coi fornelli, con la lavatrice, col ferro da stiro, ecc. Le donne masochiste alla fine si trascinano fuori dal letto e continuano a fare le mamme affrante, le donne combattive invece assumono atteggiamenti più sadici, ma rischiano di aggravare ancor più la loro condizione fisica.

La seconda circostanza si realizza quando la donna, stanca di fare da madre e da serva all’uomo, decide di separarsene. Le conseguenze di questa decisione sono varie. Alcuni uomini, che non hanno mai manifestato un attaccamento particolare alla partner, crollano, si aggrappano a lei, la scongiurano di non lasciarli soli e promettono di cambiare. Altri si appellano a parenti ed amici per indurre un ripensamento nella partner, la colpevolizzano fino al giorno della comparsa di fronte al giudice. Altri reagiscono con indifferenza e con ma questo atteggiamento dura finché essi non capiscono che è finita per sempre. Quando avviene questa presa di coscienza, il comportamento indifferente si converte in uno dei due descritti in precedenza.

I MASCHIETTI NON PIANGONO!dipendenza affettiva maschile

Il problema è che gli uomini, non meno delle donne, sono vittime di una tradizione che impone loro di controllare le emozioni e l’affettività e di vergognarsene profondamente.

La vergogna, è accentuata dal comportamento iperprotettivo delle madri italiane che, nell’intento cosciente di privilegiarli, finiscono, di fatto, con il determinare nei figli un bisogno incoercibile di dipendenza da una figura femminile.

 

Alessitimia: la difficoltà ad esprimere e riconoscere le emozioni

Che cos’è l’alessitimia?

alessitimiaL’alessitimia è spesso relegata a semplice opposto dell’empatia. Si tratta invece della difficoltà ad esprimere e riconoscere le emozioni. I sintomi spesso compaiono insieme ai disturbi psicosomatici, ma le ipotesi sulla sua eziologia comprendono fattori sociali, culturali, genetici e neurofisiologici.

L’alessitimia fa riferimento ad un deficit della sfera emotiva. Letteralmente il termine fa riferimento alla mancanza di parole per esprimere le emozioni, ma il disturbo è in realtà più ampio e comprende la percezione ed il riconoscimento degli stati emotivi propri ed altrui. L’alessitimia fu riconosciuta negli anni ’70 per definire un insieme di caratteristiche di personalità tipiche dei pazienti psicosomatici.
Esistono diversi livelli di alessitimia, anche perché può essere limitata a determinate emozioni, situazioni o persone. Il fenomeno è dunque complesso e non sembra esistere un’unica causa che lo spieghi; spesso per comodità l’alessitimia viene definita come il contrario dell’empatia.

L’alessitimia e l’empatia

L’empatia è considerata l’abilità che permette di entrare in sintonia con il mondo interiore di un’altra persona e comprenderne gli stati d’animo, i pensieri e le reazioni, senza farle nostre. L’alessitimia è definita l’opposto della capacità empatica perché sarebbe grazie a quest’ultima che comprendiamo il significato emotivo della comunicazione verbale e non verbale.

Questo legame è stato usato anche per comprendere le cause dell’alessitimia. Ad esempio, una teoria accreditata basa lo sviluppo dell’empatia su dei processi di sintonizzazione-desintonizzazione che si stabiliscono immediatamente nel rapporto madre-figlio e che permettono al genitore di comprendere cosa stia provando il bambino e a dare un nome al suo stato (hai fame, hai sonno, hai paura, ecc.). L’incapacità di dare un nome alle emozioni del lattante, porta il bambino a evitare di esprimerle, causando un grave arresto allo sviluppo empatico. Queste evidenze sono anche alla base dell’ipotesi socio-evolutiva dell’alessitimia.

I sintomi dell’alessitimia

I sintomi alessitimici sono spesso riscontrabili nei pazienti psicosomatici e in generale li si associa ai disturbi somatoformi. Paul MacLean, psicologo esperto, notò in questi pazienti una diffusa incapacità a verbalizzare le emozioni e pensò che a causa di un disturbo neurologico: gli stati emotivi invece di essere verbalizzati utilizzassero una specie di linguaggio corporeo. Jurgen Reusch aggiunse a queste osservazioni anche la presenza di altre caratteristiche specifiche: arresto dell’apprendimento sociale, ricorso all’imitazione, coscienza morale rigida, dipendenza, passività e in generale una personalità infantile e un pensiero simbolico ridotto.

Le cause dell’alessitimia

L’alessitimia non si riscontra solo o sempre in concomitanza con questi disturbi: la sua estrema variabilità ha causato non poche difficoltà a comprenderne le cause. Gli studi riportano fattori di sviluppo (come citato in precedenza), genetici, neurofisiologici, intrapsichici e fattori socio culturali. Alcuni studi cross culturali hanno rilevato una maggiore incidenza dei sintomi alessitimici nei paesi in via di sviluppo. Questo ha avvalorato l’ipotesi di chi sostiene l’alessitimia non sia altro che una forma di difesa contro il dolore.

L’ipotesi più accreditata resta quella dell’arresto dello sviluppo a seguito di un trauma, di una relazione sterile o danni neurofisiologici. Nello specifico, molti dati arriverebbero dagli studi sulla specializzazione emisferica che indicano nel danno precoce dell’emisfero destro un fattore predittivo della comparsa dell’alessitimia. Anche la carente comunicazione tra i due emisferi, presente in pazienti con il cervello scisso, contribuisce ad una scarsa competenza emotiva. In questi casi si evidenziano anche bassi livelli di empatia.

Differenze fondamentali tra didattica a tempo moduli e tempo pieno

Differenze fondamentali tra didattica a tempo moduli e tempo pieno

Sento il bisogno di sottolineare le differenze portanti fra Moduli e Tempo pieno perché credo possa aiutarci a riflettere sui perché dei tentativi di abolizione del Tempo pieno, sull’origine della strada in discesa che ha portato alla situazione attuale.

IL TEMPO MODULI

Da un lato, la scuola modulare. Si organizza attraverso la presenza di più insegnanti (tre anche quattro) su ogni classe, ognuno con distinte discipline e tempi ben definiti e separati. Pedagogicamente, si rifà al Cognitivismo ed in particolare alla corrente del Modularismo, mutuata direttamente dagli Stati Uniti. Suoi caratteri fondamentali sono la prevalenza assoluta data all’insegnamento delle singole materie, ognuna nettamente separata dall’altra. Questa impostazione nega che l’apprendimento del bambino sia globale, cioè incapace inizialmente di nette specializzazioni disciplinari ed indissolubilmente connesso alla situazione affettiva ed alle motivazioni profonde verso ciò che si apprende.

La concezione modulare vede il cervello infantile già strutturato per diversi settori di apprendimento (linguistico, matematico-storico, musicale…). E lo stesso apprendimento delle varie materie – poco legato a motivazioni ed affettività e centrato sull’organizzazione specifica della didattica – che, essa dice, concorre in modo determinante a strutturare la personalità del bambino!

In questa ottica l’educazione complessiva è rimandata totalmente alla famiglia ed estremamente secondarie divengono a scuola la socialità con gli altri ed i tempi lunghi ed articolati mirati all’attuazione di un progetto educativo. Da qui discendono quindi i tempi più brevi (27/30 ore settimanali), i ritmi di apprendimento velocizzati, il rapporto più delimitato e specialistico fra insegnante e bambini (tre o quattro insegnanti che ruotano fra le classi: ogni docente deve seguire da 30/40 a 60/75 alunni).

IL TEMPO PIENO

Il Tempo pieno, dall’altro lato, si rifà a Dewey, a Freinet e alla pedagogia della scuola attiva: il concetto su cui si sviluppa è quello di Comunità educante, scuola cioè come comunità esperta il cui fine è la educazione complessiva della personalità del bambino. Un progetto pedagogico basato non solo su l’insegnante, che prima di tutto è educatore, ma anche sull’intero ambiente scolastico, strutturato in modo da stimolare e favorire la socialità, la ricerca, l’equilibrio affettivo.

L’apprendimento è visto come sviluppo lento e graduato che va da un approccio globale e indifferenziato ad una progressiva specializzazione disciplinare ed è intimamente connesso all’equilibrio affettivo, agli stimoli relazionali, alle motivazioni profonde. Da qui i tempi lunghi che garantiscano lo spazio necessario ad un apprendimento centrato sulla ricerca, la sperimentazione, l’importanza data ai momenti della mensa, della ricreazione, del gioco. Da qui la necessità vitale di un rapporto “carico” insegnante/ bambino, un rapporto che veda una pluralità di adulti interagire in modo intenso con un piccolo/medio numero di bambini (due insegnanti – tre con sostegno o lingua – per una classe dai 15 ai 25 alunni).

Evidentemente qualcosa nel Tempo Pieno, in questo progetto complesso, risponde profondamente ad una serie di esigenze forti che si fanno più urgenti di anno in anno, di decennio in decennio; il Doposcuola previsto dalla L. 148I90 per sostituire il Tempo pieno, invece, non riuscirà mai a decollare!

Nel 1996 la crescita continua delle iscrizioni, vanamente contrastata dall’amministrazione raggiungerà infine, per merito delle continue iniziative di lotta che si sono susseguite anno dopo anno, una vittoria significativa: il tetto massimo delle classi a tempo pieno viene abolito ed il modello “Tempo pieno” ha nuovamente diritto a crescere liberamente accanto ai Moduli ormai sempre più in crisi.

Le costellazioni familiari

Cosa sono le costellazioni familiari?

costellazioni familiariLe Costellazioni Familiari sono un metodo di presa di coscienza e risoluzione delle più diverse problematiche della nostra vita. Dallo stato di malessere psichico, a sintomi fisici di varia natura.

Questa metodologia si avvicina molto alle tecniche ed alle tematiche utilizzate in ambito psicodinamico. La tecnica infatti dichiara di basarsi su teorie e prassi psicologiche, a partire dalla psicoanalisi, riprendendo poi molti aspetti dalla psicoterapia della Gestalt, dalla psicoterapia sistemico familiare, dall’ipnosi eriksoniana, e dallo psicodramma di Moreno.

Bert Hellinger a partire dal 1980 espose le basi delle sue linee teoretiche e metodologiche in merito alle costellazioni familiari e sistemiche. Secondo Hellinger e i suoi sostenitori gli elementi teoretici, come accennato in precedenza, che sono alla base della terapia, sarebbero ripresi da numerose concezioni e pratiche sviluppate nell’ambito della psicologia e della psicoanalisi, ma anche di altre definite come pseudoscientifiche. Hellinger ritiene che la vita di ognuno sarebbe condizionata da destini e sentimenti che non sarebbero veramente propri e personali; anche malattie gravi, il desiderio di morte e problemi sul lavoro potrebbero essere dovuti, secondo questa sua teoria, a “irretimenti” del sistema-famiglia e, a suo dire, potrebbero essere portati alla luce attraverso il processo delle cosiddette “costellazioni familiari”.

Le Costellazioni Familiari ci forniscono la straordinaria e preziosa possibilità di esplorare e prendere coscienza del nostro inconscio personale e dei legami attivi con l’inconscio collettivo familiare che interferiscono nella nostra vita, e attraverso la consapevolezza e l’incontro con le nostre radici, ci offrono la possibilità di una concreta guarigione personale e sistemica. Lasciando agire la manifestazione dei nostri livelli inconsci e osservandone la rappresentazione scenica, possiamo dialogare con ogni componente dei vari sistemi e comprendere a fondo l’origine del disagio o del sintomo e quindi reintegrare nel sistema l’elemento mancante o rimettere ordine nel sistema.

Per cogliere appieno il significato di questo approccio è importante assumere una prospettiva sistemica. In un sistema il singolo non è importante di per sé ma in funzione di qualcosa di più grande, il sistema appunto. Esistono tanti sistemi, quello che ci viene in mente subito è l’ecosistema, ma c’è anche un sistema azienda, un sistema famiglia e così via. Nella terapia familiare l’individuo allora non è mai preso come elemento isolato ma inserito in un determinato contesto di relazioni, questo permette di trovare legami e connessioni quasi sempre inconsci, con destini difficili nel sistema-famiglia.

Utilizzando il lavoro con la Psicogenealogia e le Costellazioni Familiari si opera per ricostruire la linea ereditaria e si prende coscienza dei traumi, delle ingiustizie, delle esclusioni, delle privazioni e delle violenze subite dagli antenati: tutte queste cose vengono trasmesse ai discendenti, insieme al compito riparatorio per riportare equilibrio nel sistema. Non è detto che questo sia semplice: molto spesso quello che viene rappresentato nelle costellazioni è uno scenario totalmente sconosciuto e inedito.

E non potrebbe essere altrimenti, da un certo punto di vista, in quanto la costellazione ci mostra non solo quello che già sappiamo sulla nostra famiglia (per cui riconosciamo con stupore certi atteggiamenti e comportamenti riportati precisamente dai rappresentanti); il vero contributo di una costellazione consiste nello svelarci quello che non sappiamo riguardo la nostra famiglia, quello che è oltre i condizionamenti che abbiamo ricevuto, quello che è nascosto nell’Inconscio Familiare o nel nostro inconscio personale.

La cosa importante è aprirsi alle informazioni che arrivano, accogliere con fiducia anche le rivelazioni più sconcertanti: talvolta capita che la costellazione riveli addirittura delle informazioni sconosciute al cliente, ma puntualmente confermate da successive indagini. In ogni caso, qualunque cosa emerga dalla costellazione, il nostro livello di coscienza è in grado di elaborarlo e di assimilarlo, aumentando la nostra consapevolezza e permettendo così al nostro campo morfogenetico di riassestarsi più in profondità.

Elementi per effettuare una Costellazione Familiare

Gli elementi fondamentali per effettuare una Costellazione Familiare sono tre: un facilitatore, un cliente e dei rappresentanti.

Il FACILITATORE è colui che imposta il set fenomenologico in cui si sviluppa la costellazione, che indaga assieme al cliente la tematica che si vuole esplorare e che, sulla scorta della sua esperienza e competenza, porta la costellazione a una soluzione efficace.

Il CLIENTE è l’elemento fondamentale di una costellazione, perché è colui che porta la domanda su cui lavorare, che deve essere chiara e rilevante, ovvero non generica ed evasiva, bensì veicolo di un malessere che richieda una soluzione.

I RAPPRESENTANTI sono generalmente delle persone (ma possono essere anche degli oggetti) su cui vengono proiettati dal campo morfogenetico taluni aspetti dei membri del sistema familiare, e in genere (ma dipende dalla tecnica utilizzata dal facilitatore) possono esprimersi liberamente e spontaneamente nel loro sentire, dando uno sviluppo dinamico alla costellazione.

Concretamente, dopo una breve indagine sulla problematica del cliente, si formula la domanda alla quale si tenterà di portare una soluzione grazie alla costellazione: il cliente poi dispone nello spazio previsto (o semplicemente invita a disporsi liberamente) i rappresentanti della sua famiglia, o del suo partner, del suo lavoro, dei suoi organi interni, delle sue patologie, dei suoi archetipi, poi si siede e osserva.

I rappresentanti entrano in connessione con il campo “morfico” del soggetto e vengono guidati da dinamiche spontanee, portando alla luce il vissuto emotivo delle persone reali o delle situazioni che rappresentano. In genere, nel giro di qualche minuto la costellazione arriva a uno stallo, a un blocco o un congelamento: è il cosiddetto irretimento, in cui vediamo la situazione “reale”, del sistema familiare del soggetto, assistiamo all’emersione del nodo o del nucleo problematico del sistema.

Solamente la visione e la presa di coscienza di questo dato potrebbe bastare al cliente per destrutturare una serie di blocchi psicologici e giungere a nuove consapevolezze riguardo se stesso e il proprio sistema; ma in genere si cerca di effettuare un aggiustamento della situazione, di esercitare quindi un ruolo attivo nella ridefinizione del sistema. Attraverso quindi un misurato e graduale cambiamento delle posizioni dei rappresentanti nello spazio, spontaneamente o attraverso l’intervento del facilitatore, si riporta il sistema nel giusto ordine, in una rinnovata armonia dentro la quale il soggetto interessato riprende il suo giusto posto e ristabilisce le corrette relazioni con i membri del suo sistema.

Cineterapia

La cineterapia

cineterapiaDa anni ormai il mondo della psicologia, della medicina e della ricerca prestano sempre più attenzione al mondo delle immagini, in senso lato; pensiamo all’attenzione che da sempre il mondo della psicologia ha per i sogni, i simboli, le metafore, o all’interesse che le neuroscienze riservano alle immagini mentali e alle possibilità di intervento che l’utilizzo di immagini offre.

La scoperta poi dei neuroni specchio, assieme al diffondersi sempre maggiore di forme di arteterapia, ha senza dubbio dato un’ulteriore spinta alla diffusione anche dei film come strumento di terapia.

I film rappresentano una forma di rilassamento e di intrattenimento per le persone di tutte le età; ci fanno ridere, piangere, sentire felici e tristi, ci affascinano e, molto spesso, i film che amiamo, che scegliamo, raccontano molto di più di noi stessi, di quanto non siamo soliti fare. I film descrivono le nostre speranze, paure, ci parlano di noi e nello stesso tempo degli altri e dunque possono stimolarci a capire meglio noi stessi, i nostri problemi, la realtà che ci circonda o quella che è lontana e non conosciamo. Ci sono film che accompagnano la nostra vita con le loro battute, le colonne sonore e tante volte leghiamo ricordi, vissuti, ad uno specifico film: la sera che abbiamo incontrato quella persona, la sera che abbiamo fatto di tutto per litigare anche attraverso i commenti sul film, il giorno che abbiamo scelto di vedere un film e non un altro, ecc.

Normalmente andiamo al cinema per svagarci, o perché ci appassiona, e ne possiamo uscire divertiti, turbati, infastiditi, commossi; la visione di un film ‘muove’ qualcosa dentro di noi, dal punto di vista emotivo, cognitivo, relazionale, fisiologico ed è appunto per questo che sempre più si inizia a parlare di cinematerapia.

La cineterapia o cinematerapia è una terapia psicologica di supporto ad altre che si basa sulla visione dei film, nata ad opera dello psicoterapeuta statunitense Gary Salomon, il quale si rese conto che diversi disagi psicologici, da un semplice stato d’animo a vere e proprie patologie della psiche, possono trarre beneficio dalla visione di un film.

Basato sullo studio accurato del profilo del singolo, sulla sua corretta preparazione alla visione del film e sulla discussione durante il film e post-visone, la cineterapia è uno strumento per aiutare chiunque a prendere coscienza delle proprie emozioni, dei propri sentimenti e del modo in cui ci si rapporta e relaziona agli altri nelle situazioni di vita.

L’obiettivo di questa particolare tecnica non è la cura di una patologia, bensì l’avvio di processi volti a migliorare la coscienza nonché la conoscenza del sé. La cineterapia, solitamente, si svolge in gruppo ed ha come obiettivo un percorso evolutivo e di crescita personale, che vada al di là della semplice visione di un film.

Con l’ambizione di utilizzare la grande forza evocativa delle immagini in movimento, la potenza della narrazione filmica, la cineterapia si propone come straordinario strumento di conoscenza e di auto-conoscenza e di crescita personale e viene utilizzata nell’area ludica, didattica, formativa, clinica, di prevenzione del disagio e di esplorazione di sé.

Bambini distruttivi o incompresi?

Bambini distruttivi o incompresi?

bambini distruttivi o incompresi mammaCon una certa frequenza si verificano situazioni in cui bambini di sei o sette anni o poco più, creano grandi problemi per la loro permanenza a scuola.

Le maestre lamentano che questi bambini sono incontrollabili, non danno retta agli adulti, fanno quello che vogliono, se redarguiti rispondono male, se impediti di fare qualcosa si ribellano e tirano botte e calci, spostano violentemente sedie e banchi, tirano oggetti, scappano fuori dell’aula, impediscono praticamente il normale svolgimento della vita di classe.

A un certo punto i problemi dilagano fuori della classe, investono le altre famiglie, che lamentano che i loro figli tornano a casa variamente ‘segnati’ e si crea un ambiente ostile crescente intorno al bambino e alla sua famiglia. Spesso si crea una guerra o quasi fra famiglia e scuola e il bambino prima o poi viene trasferito ad altra scuola o dalla famiglia o qualche volta direttamente dalla scuola stessa.

Normalmente sono bambini intelligenti, non hanno particolari difficoltà di apprendimento, ma spesso non rispondono alle interrogazioni degli insegnanti o si rifiutano di svolgere i compiti, per cui non sono valutabili e a volte vengono bocciati.

Portati a visita specialistica ricevono spesso diagnosi, secondo la terminologia diagnostica oggi in uso, di Disturbo Oppositivo Provocatorio, o di Disturbo di Attenzione e Iperattività, o anche di Disturbo Pervasivo dello Sviluppo. È prevedibile, sull’onda delle mode diagnostiche provenienti da oltre Atlantico spinte da molti interessi, che fra poco tempo dilagherà anche qui l’ultima diagnosi, quella di Disturbo Bipolare, applicabile, con i criteri propagandati, anche a molti di questi casi.

Manifestazioni del problema

A presentare problemi simili sono in prevalenza maschi, ma non mancano le femmine. Il problema si manifesta di solito durante la prima elementare ma esplode progressivamente, fino agli estremi sopra descritti, ma i primi interventi avvengono spesso in seconda o terza elementare. Alla scuola materna veniva di solito segnalato un comportamento un po’ “fuori dalle righe”, ma non troppo alterato, anche in relazione alle richieste limiti e regole delle scuole.

Quando sono portati a visita dal neuropsichiatra infantile o dallo psicologo dell’età evolutiva tipicamente il loro comportamento è assolutamente normale e le cose riferite dai genitori sembrano contrastare con le osservazioni dirette del comportamento durante la visita. Altre volte rapidamente prendono confidenza col medico, specialmente in sedute individuali, e si divertono o non possono fare a meno di ‘provocare’ anche lui, violando limiti, facendo cose proibite, ecc.

Sulla base dei loro comportamenti, spesso solo riferiti, vengono come si diceva diagnosticati – perché in medicina ci vuole una diagnosi per giustificare un intervento – come Oppositivi Provocatori, perché tipicamente rifiutano di aderire alle richieste fatte da insegnanti o genitori e spesso ‘provocano’ reazioni adirate con il loro comportamento. Talvolta il loro comportamento non è disturbato ugualmente con tutti gli adulti: lo è di più con qualche maestra, di meno con qualche altra, di più con un genitore, di meno con l’altro.

Spesso sono anche bambini irrequieti, che non possono stare fermi, che stanno attenti solo per poco e poi seguono altri interessi, ecc, e allora viene anche diagnosticata una “comorbidità” (parola orribile ma oggi di moda) di Disturbo di Attenzione ed (Iper) Attività, più spesso oggi chiamato dalle iniziali non DAA ma ADHD (perché anche in Italia vengono fatte valere le iniziali inglesi: Attention Deficit Hyperactivity Disorder).

Il npi di solito valuta il bambino e le caratteristiche familiari e dei genitori, per cogliere eventualmente aspetti organizzativi della famiglia o delle relazioni o delle comunicazioni un po’ “disfunzionanti” ed entra in contatto con gli insegnanti per avere informazioni dirette sulla situazione scolastica. Per frequente abitudine alle nostre latitudini, spesso gli insegnanti hanno già bell’e in mente il rimedio: chiedono un sostegno scolastico per il bambino, in modo da avere un adulto che si occupi specificatamente di lui per il maggior numero di ore possibile.

Questo è possibile nella nostra legislazione solo in base alla famosa L.104/92 e solo quindi con un certificato di handicap, che stabilisca cioè che il bambino rientra nelle persone che hanno i diritti previsti da questa legge. In particolare “E’ persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”.

Inoltre, come nei casi di invalidità, l’interessato deve essere valutato da apposita commissione medica e il certificato deve riportare l’indicazione della patologia stabilizzata o progressiva accertata con riferimento alle classificazioni internazionali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nonché la specificazione dell’eventuale carattere di particolare gravità della medesima, in presenza dei presupposti previsti. Talvolta le apposite Commissioni delle ASL riconoscono loro più o meno propriamente lo stato di Handicap secondo la legge 104/92, per cui vengono attivati interventi scolastici tipo insegnante di sostegno e assistenza scolastica.

Si può osservare che l’intervento di appoggio scolastico è un intervento appropriato e utile, ma che in effetti la classificazione del ragazzo come handicappato ha su di lui un effetto devastante a livello psicologico e, in alcuni casi, anche boomerang.

Sarebbe auspicabile la possibilità per le scuole di attivare utili interventi senza farli ricadere tutti sotto il tetto dell’Handicap.

Le diagnosi

Se non ci si accontenta di una diagnosi medica categoriale, quali quelle sopra, che fanno parte di classificazioni diagnostico/statistiche/burocratiche in voga negli ultimi anni, (DSM, Manuale Diagnostico Statistico, e ICD, cioè Classificazione Internazionale delle Malattie: utili secondo molti a livello statistico epidemiologico, molto meno a livello clinico) ma si esamina la storia e il contesto del bambino, si riscontra di solito tipicamente una situazione di difficoltà ambientali ed educative, per motivi diversi di stress lavorativi o di salute o di inserimento sociale o di difficoltà e irregolarità di scolarizzazione fin dalla scuola materna, con frequenti cambiamenti di casa, di scuola, ecc.

Anche quando non ci sono aspetti eclatanti spesso l’organizzazione familiare e gli atteggiamenti dei genitori sono inadatti da un punto di vista educativo e di sviluppo psicologico infantile. Il bambino per così dire ha imparato da lungo tempo a non dar retta agli adulti e a non badare ai loro interventi educativi, spesso contradditori e alternati, magari, fra momenti di dure punizioni spesso anche corporee e momenti di permissivismo. Spesso i genitori, pur dedicati ai bambini, hanno difficoltà a trovare le misure giuste, variamente presi da altri problemi.

La scuola

A questi aspetti ambientali di casa si aggiungono altri aspetti ambientali, stavolta a scuola, che aggravano la situazione e la rendono spesso ingestibile.

Gli insegnanti, alcuni più di altri, infatti si trovano in difficoltà di fronte a bambini che non rispondono agli abituali metodi educativi e non hanno risorse per stabilire le regole per un buon funzionamento del gruppo-classe, dipendenti in parte anche dall’assetto organizzativo attuale delle scuole con la perdita di prestigio e autorità e spesso la riduzione delle figure più autorevoli, gli ex presidi e direttori trasformati uniformemente in ‘dirigenti’ spesso senza più esperienza effettiva in quell’ordine di scuole.

La scuola come istituzione in crisi, di fiducia e di rispetto, si trova in maggiore difficoltà di fronte a ragazzi che violano le regole.

Il disagio

I bambini in sé sono spesso bambini con difficoltà di inserimento nel gruppo e di adattamento agli ambienti, e si trovano spesso al limite della disperazione per motivi diversi e hanno come unica arma di difesa l’opposizione al mondo degli adulti e la provocazione verso i coetanei.

Sono bambini che hanno imparato ad agire all’esterno le reazioni emotive alle frustrazioni e il disagio per le difficoltà emotive e di comunicazione, e che invece non hanno imparato a ‘contenere’ ed elaborare ai livelli della loro età sia le proprie reazioni che le modalità di approccio e comunicazione con i coetanei. La scarica impulsiva sull’ambiente, e la trasformazione dei rapporti in scontri, di fronte alle prime difficoltà, è la loro modalità prevalente di difesa dal disagio psichico.

Tale disagio attiva, di conseguenza, provvedimenti punitivi quando non di allontanamento ed espulsione che mantengono o aggravano le situazioni.

Gli interventi

È evidente come in questi casi gli interventi siano a volte molto complessi e debbano rivolgersi a più obiettivi e contesti: in particolare è indispensabile avviare sia un intervento familiare che un intervento sulla scuola che spesso un intervento individuale sul ragazzo stesso.

L’intervento con la famiglia è rivolto a mettere a fuoco eventuali ostacoli o disfunzionalità nelle relazioni o nelle modalità educative e comunicative.

L’intervento sulla scuola è volto ad aiutare gli insegnanti, di ruolo e di sostegno, a trovare i metodi più adatti di contenimento e risposta alle modalità oppositive e provocatorie del bambino, spesso attraverso una diversificazione degli obiettivi comportamentali ed adattivi rispetto a quelli di apprendimento, che permetta di concentrare le risorse su un obiettivo per volta, definendo le priorità rispetto a un progetto a lunga scadenza. Inoltre va curata la relazione di fiducia con questi bambini, facendogli sentire comprensione, contenimento e autorevolezza. Di solito le scuole, se ben guidate, dopo un po’ riescono più o meno difficoltosamente a prendere le misure del bambino e a riportarlo entro limiti più sopportabili.

Infine, ma non ultimo di importanza, l’intervento individuale col bambino, di tipo psicoterapeutico, che permetta di accogliere e riconoscere il suo disagio e lo aiuti a trovare altri mezzi per esprimerlo e comunicarlo, aiutandolo così anche a maturare una maggiore autostima, il riconoscimento e la gestione delle emozioni, e permettendo così di migliorare la relazione con gli altri.

Anche qui come in quasi tutto il campo della psicopatologia infantile hanno poco spazio i farmaci, oltre che per i motivi generali che ne controindicano l’uso in età evolutiva cioè la scarsa conoscenza dei loro effetti nell’organismo in crescita, la scarsa efficacia anche in confronto a placebo e altri interventi, la mancanza di studi effettivi sui bambini. Inoltre il problema vede coinvolto non solo il singolo bambino, ma l’ambiente familiare e quello scolastico, ed appare più saggio, oltre che effettivo, un intervento su tutti gli aspetti in causa.

Se l’intervento è adeguato, se c’è sufficiente collaborazione di tutte le parti in causa, se sia famiglia che scuola ‘resistono’ senza cedere a tentazioni espulsive o a drammatizzazioni inutili alla fine l’esito è positivo. Ma spesso occorre lavorare per qualche anno prima che le cose volgano al meglio.