La solitudine

L’isolamento sociale è un aspetto di primaria importanza nella ricerca psicologica. Moltissime ricerche hanno confermato per esempio il fatto che le persone sposate sono più felici e più in salute di quelle single, mentre il tasso di mortalità è significativamente più alto fra persone che sono rimaste vedove da poco, fenomeno conosciuto come “effetto della vedovanza”.
Una forte rete sociale rallenta la progressione dell’ Alzheimer, mentre una rete sociale scarsa aumenta il rischio di infarto in pazienti obesi e ipertesi. Ci sono evidenze che suggeriscono che le persone religiose che vivono più a lungo sono quelle che frequentano la chiesa più spesso e non quelle che hanno una fede più profonda, in altre parole non è la fede che le tiene in vita più a lungo, ma le persone.
La solitudine è associata con aumenti di cortisolo, l’ormone dello stress, e con l’aumento della resistenza vascolare che esita in pressione sanguigna più alta. Diversi studi dimostrano che da soli si beve di più, si fa meno esercizio, si mangia di più.
E’ importante sottolineare che la solitudine che interessa davvero non è un dato oggettivo, misurabile con il numero di persone con cui ci si relaziona, ma un sentimento soggettivo, un sentirsi soli determinato dalla qualità delle relazioni nelle quali si è coinvolti. Si capisce così che non tutte le relazioni sono protettive di per sé o hanno conseguenze positive sulla salute e la qualità della vita, è necessario che forniscano  vicinanza affettiva, sostegno e partecipazione.
Un matrimonio infelice, per esempio, può far sentire più soli di una serena vita da single, e sicuramente vivere in una famiglia conflittuale o fredda non garantisce una salute migliore di quella che potrebbe garantire una spensierata solitudine.
Ma siamo più soli adesso di qualche tempo fa?

“negare la solitudine è negare se stessi” ed essendo sconosciuti a se stessi non si può amare veramente qualcuno. La fobia della solitudine “ci fa accontentare di pseudo-amori, pseudo-conoscenze, pseudo-esperienze; tutto per non abbandonarsi, non dimenticare di controllare tutto, anche la nostra capacità di non farlo; siamo dipendenti dal controllo degli altri e dal controllo sugli altri”.

 
Analizzando le risposte che la religione, la filosofia, la scienza, la poesia e la pittura ci offrono, Lo Iacono ci guida, laddove il silenzio è compagno discreto della solitudine.
Il silenzio fa pensare, lascia soli con se stessi i pensatori, aiuta a conoscersi”. La solitudine riflessa nei suoi mille specchi: la dipendenza logorante che stordisce i sensi per non sentirsi soli, la faticosa solitudine dell’adolescenza,l’arcana e “diabolica” solitudine della follia, la solitudine come isolamento forzato, la benefica e ristoratrice solitudine della creatività, la terrificante solitudine della vecchiaia, della morte. Le sensibili e profonde parole di Lo Iacono ci invitano, “in silenzio” , a vivere la nostra solitudine perché, dopo tutto e dopo tutti, noi sappiamo che “Nessuno è più forte di colui che è solo” ( F. Schiller).

 

I confini personali

Comunemente si dice che siamo noi stessi che insegniamo agli altri come trattarci.
Se questo è vero quali messaggi a parole e a gesti mandiamo agli altri che indicano come vogliamo essere trattati e rispettati? Lo facciamo attraverso quelli che sono chiamati i CONFINI PERSONALI.
I confini personali sono i limiti che definiscono dove inizia e finisce il tuo spazio personale fisico, emotivo e mentale. Questi limiti sono flessibili, allargabili o no a secondo del tipo di relazione che vuoi stabilire con gli altri (con il/la partner, in società, con i colleghi…) e a secondo della situazione in cui ti trovi.
E’ una tua scelta e un tuo diritto inviolabile prendere più o meno le distanze dall’altra persona. Anche gli animali marcano il territorio e lo difendono. Lo scopo di questi confini è di proteggerti, definire chi sei e aiutarti a mantenere il senso di sé.
Immagina una casa con attorno uno steccato per proteggere la tua privacy, una linea invisibile che ognuno traccia per sé. I confini non sono muri per chiudere gli altri fuori ma limiti che evitano comportamenti, da parte degli altri, inaccettabili. Avere dei confini ok è essenziale per il proprio benessere psicofisico.
Nessuno sa da cosa dipenda la quantità di spazio di cui ognuno ha bisogno. In alcuni casi è maggiore, in altri è minore. Per esempio una persona che ha subito un abuso o una donna che è stata violentata o maltrattata può avere dei confini personali problematici. Questo è dovuto al fatto che non le è stato permesso di proteggere i suoi confini. I confini sono stati violati senza il loro permesso. Le persone che non riescono a tenere al di là dalla linea di confine un’altra persona finiscono spesso per imbattersi in persone che le vittimizzano o le manipolano.
E’ importante definire i confini e farsi rispettare in qualsiasi relazione per non creare né dipendenza né troppa distanza.  Immaginateli come dei filtri che comunicano agli altri ciò che e’ loro permesso dire, fare con te e ciò che non lo è.
Spesso alcune persone per paura di far arrabbiare l’altra persona o per quieto vivere non esercitano questo diritto di essere rispettate e lasciano che l’altro invada il loro spazio, manipoli o obblighi a fare qualcosa contro la loro volontà o, nel peggiore dei casi, arrivano a subire la violenza verbale o fisica.
Questo significa avere dei confini deboli.
Il contrario è una persona aggressiva che in genere controlla, intimidisce, critica avrà dei confini rigidi per tenere gli altri a distanza.
In entrambi i casi questi due tipi di persone non hanno dei confini ok.
Vi sono vari motivi per i quali qualcuno alza la voce, vuole zittirti, bestemmia o ti ridicolizza, ti svaluta. Qualsiasi cosa faccia ricorda di non prenderla sul personale, anche se sembra personale. Può essere che la persona in questione voglia essere ascoltata, voglia più potere, attenzione o che tu in quel momento sia il capro espiatorio di qualcun altro. Ad ogni modo il tuo compito è…. farti rispettare.
Come identificare i propri confini.
Come vuoi che gli altri si rivolgano a te? Quali comportamenti sono per te accettabili?
Per insegnare agli altri come trattarti, è necessario per prima cosa conoscere i propri confini. Prendi nota delle tue reazioni emotive, di come ti senti. Queste sono una guida infallibile. Quando qualcuno cerca di invadere il tuo spazio, è il corpo che per primo lo segnala. Segue la reazione a livello emotivo
Se ti senti a disagio, infastidito, frustrato, arrabbiato, deluso dopo un commento o un comportamento nota quali sono le parole o gli atteggiamenti dell’altra persona che ti provocano queste reazioni e preparati a rispondere in maniera appropriata.
Non reprimere ciò che stai ‘sentendo’ perché faresti un danno solo a te stesso accumulando stress e tensioni che potrebbero poi sfociare, dopo che ti tieni dentro questi stati d’animo negativi, in una reazione esagerata.
Prova semplicemente a notare quando qualcuno occupa la tua scrivania con le sue cartellette o mentre sei in tram, qualcuno ti spinge o mentre sei in fila cerca di fare il furbo o fa una battuta di cattivo gusto su di te alla presenza degli altri…
FAI SAPERE AGLI ALTRI
Una volta che hai chiari i tuoi confini personali, fai sapere alle persone che hai intorno come comportarsi con te. Se non dici o fai capire il ‘come’ gli altri ti tratteranno come meglio credono. Se quando ti senti a disagio non dici niente non fai altro che consegnare il tuo potere personale in mano all’altra persona.
COME RAFFORZARE I TUOI CONFINI
Fai sapere all’altra persona quando secondo te si sta comportando in maniera inaccettabile per te.
esempio: fai una richiesta
per favore non alzare la voce con me
dai una chiara istruzione
Ho bisogno che abbassi la voce se vogliamo continuare a discutere
dai un primo avvertimento
non ti permetto di parlarmi con quel tono
se non basta, alza il tono dell’avvertimento
BASTA! ti chiedo di smetterla adesso
se la persona persiste  vai via
questo comportamento per me è inaccettabile.
Ne discuteremo quando sarai più calmo/a
Questo viene chiamato COMPORTAMENTO ASSERTIVO. Quando sei assertivo dimostri  di essere in control di te stesso,  di rispettare la tua persona  e sei di esempio agli altri.
I tuoi confini ti aiutano a
– sapere di chi fidarti
– definire ciò che vuoi e ciò che permetti agli altri di dirti e di fare
– di non diventare il bersaglio di qualcuno che ti manipola o se ne approfitta
Hai mai notato come i bambini intuiscano e siano molto abili, spontaneamente, quando si tratta di testare i confini degli adulti? (quando vogliono/ non vogliono fare o voglio ottenere qualcosa?)

La teoria dell’attacamento

Il termine attaccamento viene utilizzato per indicare l’intenso legame affettivo che si stabilisce con persone particolari, la cui presenza rassicura nei momenti di tensione emotiva e procura un senso di benessere, di gioia e di piacere nelle diverse situazioni della vita quotidiana. Tale legame si forma e si stabilizza nel corso della prima infanzia, manifestandosi sotto forma di ricerca, di vicinanza e di contatto fisico con la madre, figura che viene solitamente preferita dal bambino rispetto alle altre. Il legame di attaccamento viene considerato il prototipo di tutte le successive relazioni sociali che il bambino stabilirà: esso, inoltre continua a esercitare la sua influenza su vari aspetti dello sviluppo, nel corso dell’intero ciclo di vita.

Il bambino, fino dalle prime fasi del suo sviluppo, sarebbe guidato dalla ricerca di emozioni positive. La condivisione degli affetti positivi è resa possibile dal ruolo di scaffolding  emotivo* svolto dalla madre verso ogni attività del bambino e getta le basi per la formazione di fonti interne di fiducia, nonché per l’organizzazione del sé infantile. Nelle situazioni di difficoltà relazionale tra il bambino e i suoi partner si assisterebbe invece a un incremento dell’espressione e della condivisione di emozioni negative, con un impatto disorganizzante sulla nascente personalità.
Gli studi più recenti evidenziano come il bambino, nel corso del primo anno di vita, si formi delle schematizzazioni prototipiche delle sue interazioni con i genitori, marcate da specifici temi affettivi. Tali schemi emozionali permetterebbero di codificare precocemente la relazione di sé con l’altro in modo preverbale. Il nucleo affettivo del sé così formatosi funge da guida alle successive esperienze relazionali, garantendo il senso di continuità della sua esistenza.
* per scaffolding si intende la funzione svolta dall’adulto tesa a “incorniciarne” l’attività, fornendogli situazioni di gioco e di esplorazione costanti e iterate e permettendogli di sperimentare in modo condiviso la progressiva costruzione di significati, cognitivi e affettivi, circa l’ambiente animato e inanimato che egli sta operando.
Dalle teorie dell’attaccamento sappiamo che tutti i bambini, in condizioni normali di accudimento, si attaccano entro i primi otto mesi di vita. Il processo, che terminerà verso la fine del secondo anno di età, ha inizio fin dai primi giorni di vita, con la fase detta della intersoggettività primaria che crea intimità e vicinanza emotiva ed è precondizione indispensabile per l’attaccamento che invece, mira a ottenere protezione e vicinanza fisica, avendo portato il bambino a stabilire un’associazione tra la figura di attaccamento ed il conforto e l’alleviamento dallo stress.
Di norma, verso gli otto mesi, con i tentativi di guadagnare una certa indipendenza di locomozione e con la comparsa della diffidenza verso tutto ciò che è estraneo, il bambino inizia a protestare alla separazione dalla figura di attaccamento e ad utilizzare quest’ultima come base sicura per l’esplorazione. L’angoscia da separazione è da considerarsi l’indicatore per eccellenza che il legame di attaccamento si è stabilito.
Sebbene la presenza di attaccamenti multipli sia normale, le figure di accudimento non vengono trattate allo stesso modo. Bowlby utilizza il termine monotropia per indicare la tendenza a privilegiare una figura di attaccamento particolare tra le tante verso le quali si sono stabiliti dei legami di attaccamento, tendenza funzionale dal punto di vista evolutivo, a garantire la sopravvivenza del piccolo.È normale che nel corso dello sviluppo si verifichino dei cambiamenti nella composizione e nella struttura della gerarchia degli attaccamenti, che vedrà la perdita di alcune persone e l’acquisizione di altre.
Solo se saremo stati in grado di insegnargli l’abc, attraverso interazioni ricche e vivaci, attraverso la responsività attenta e puntuale dell’adulto, egli potrà apprendere tutte le lingue e intessere relazioni d’attaccamento sicure, diversamente rimarrà muto nel cuore e fondamentalmente solo.

PERCHE’ E’ COSI’ UTILE LA CLASSE BIOENERGETICA

I BENEFICI DELLA BIOENERGETICA

La classe di esercizi bioenergetici è uno strumento di riduzione dello stress attraverso un lavoro sistematico sulle tensioni muscolari croniche. Le tensioni muscolari disturbano la salute emotiva, abbassano la nostra energia vitale, limitando la motilità e l’autoespressione.

IL GROUNDING

Il lavoro sul grounding in bioenergetica è fondamentale. Avere grounding vuol dire essere in contatto con la propria realtà interna ed esterna. Significa abbassare il centro di gravità in senso fisico ed emotivo, per poter essere più aderenti e rispettosi dei nostri bisogni fisici e delle nostre emozioni. Anche, per sviluppare la forza energetica necessaria per camminare sicuri nel percorso della vita.

IL CONTATTO CON SE’

Gli esercizi che vengono proposti nella classe offrono, con movimenti appropriati, un miglior contatto, una migliore consapevolezza di sé. Per attivare o ri-attivare, il naturale processo di scarica e autoregolazione. Non sono un sostituto della psicoterapia, ma POSSONO ESSERE UN’EFFICACE e UTILE INTEGRAZIONE.

LA VIBRAZIONE

Nel corso della classe si può sperimentare uno stato crescente di vibrazione muscolare. La vibrazione è dovuta ad una carica energetica della muscolatura, questo permette di rilasciare tensioni e rigidità e ha l‘obiettivo di far aumentare la capacità di tolleranza di sentimenti intensi, sia piacevoli che spiacevoli.

LA RESPIRAZIONE

Sciogliere le tensioni, permette le tre azioni principali di una buona postura: allineamento, appoggio a terra (grounding) e respiro.
Una buona respirazione nasce da una buona possibilità di allungamento dell’atto respiratorio stesso, una possibilità che non può realizzarsi se il nostro corpo è attraversato da aree circolari di tensione e da blocchi che riducono il radicamento.
L’effetto della classe è cumulativo, ha bisogno di tempo per essere assorbito gradualmente e per permetterci di entrare in contatto profondo con sensazioni ed emozioni del corpo che, in molti casi, sono rimaste, per lungo tempo, inascoltate. Per questo è importante partecipare con fedeltà all’intero ciclo.

 

L’abbandono all’altro

Non tutti siamo capaci di abbandonarci alla nostra compagna (o compagno), nel senso di esprimere in modo libero i nostri sentimenti sia a parole che con un gesto, o guardando il nostro partner negli occhi. Non tutti siamo capaci di “lasciarci andare” in modo completo al nostro partner, in tutti i sensi: corpo, mente e cuore.

Queste difficoltà possono dipendere da vari fattori:

  • dal nostro carattere
  • dal nostro vissuto
  • dalla fiducia che riponiamo nel partner
  • dalla stima che abbiamo di noi
  • dal nostro modo di relazionarci con gli altri
  • dalla nostra “introversione” o “estroversione”
  • dall’educazione ricevuta
  • dalle esperienze avute nel passato


Ti sei mai chiesto se sei capace di abbandonarti al tuo partner?
Ad esempio, di abbandonarti nella vita sessuale, nel confidargli qualcosa di personale, lasciarti andare ad un gesto carino e affettuoso, nel contatto fisico (che ha anche una valenza psicologica), nella complicità con lui/lei,ecc…


Intanto l’abbandono presuppone che i due partner abbiano una grande fiducia l’uno verso l’altro e quindi che si sia instaurata una profonda sintonia interiore tra loro.
Il fatto di non riuscire a lasciarsi andare può anche dipendere da una paura di fondo, la paura a darsi all’altro (spiegata molto bene nel libro di Alexander Lowen: “Bionergetica”)
La paura di abbandonarsi all’altro può assumere diversi significati, tra cui la paura di perdere qualcosa di sé.
La domanda che ci dobbiamo porre è: se ci abbandoniamo completamente all’altro cosa possiamo perdere di noi stessi? Qual è la parte interiore che possiamo perdere?

Ad esempio possiamo rischiare di perdere:

  1. il potere che abbiamo su di noi
  2. la stima di lui/lei (se la fiducia è tradita)
  3. il controllo che abbiamo di noi
  4. la possibilità di scegliere e decidere
  5. la nostra libertà

Esaminiamo i singoli casi.

PERDERE IL POTERE CHE ABBIAMO SU DI NOI, abbandonandoci completamente all’altro e cioè dandogli quello che fa parte della nostra vita, le nostre confidenze più intime, i nostri pensieri, le cose materiali, seguendo passivamente i consigli del partner, non pensando altro che a lui e a quello che rappresenta per noi. In questo modo non facciamo altro che precludere il nostro potere su noi stessi, perché in questo modo siamo in balia del nostro partner in modo totale o quasi, diventiamo quasi suoi “schiavi” a livello affettivo, e così tutto ciò che fa il nostro partner va bene, accettiamo tutto ciò che dice, anche se a volte non siamo d’accordo con lui, ogni sua scelta è la nostra scelta, ci sacrifichiamo totalmente a lui anche se lo facciamo per amore, perché gli vogliamo bene.

In questo modo, se succede qualcosa di negativo nella coppia, discussioni, incomprensioni, o cose gravi come un tradimento, o se il partner non ci ama più, la parte lesa vede cadere un castello che ha costruito e solidificato nel tempo. In pratica, oltre a perdere il proprio partner, perde tutto ciò che era associato a lui: i consigli che ci dava, le decisioni prese, le cose interiori ed esteriori che gli avevamo affidato; così, per una persona che si affida ciecamente al proprio partner, il dolore di perderlo viene amplificato, ma nello stesso tempo, volendo trovare qualcosa di positivo, finalmente si aprono gli occhi e si vede la realtà come è, si capisce che ci si è affidati a lui in modo esagerato, senza un minimo di indipendenza e di autonomia di cui i due partner hanno bisogno.

PERDERE LA STIMA E LA FIDUCIA IN LEI/LUI. Se doniamo noi stessi al partner in modo globale, se gli diamo i nostri pensieri più intimi, le nostre emozioni più profonde, i nostri segreti più nascosti e il partner non dovesse apprezzare quello che gli stiamo concedendo e condividendo con lui, se col tempo dovesse succedere qualcosa nella coppia per cui lui dovesse prenderci in giro, o parlare male di noi agli altri, o lamentarsi di noi, ecco che perderemo la fiducia e la stima che avevamo. Questo può generare in noi una profonda paura, quella di perdere la sua stima, ma anche di perdere la nostra parte privata fatta di emozioni, pensieri e cose intime che verrebbero rivelate agli altri.

LA PAURA DI PERDERE IL CONTROLLO CHE ABBIAMO SU DI NOI. Se lasciamo che sia il nostro partner a decidere le questioni nella coppia, se deleghiamo a lui tutte le scelte, le cose da fare, da decidere che riguardano la coppia, noi perderemo il controllo della situazione, della relazione con tutte le cose attinenti in proposito. E’ come se non potessimo più gestire la situazione in ogni suo aspetto.

In questo caso, se non lasciamo a noi stessi un margine di potere, di scelta, di decisione, di coinvolgimento e condivisione col partner della vita di coppia, può nascere la paura di non riuscire e questo ci potrà far perdere anche la nostra autostima (perché sono aspetti correlati) e potrà nascere in noi un complesso di inferiorità che ci tormenterà.
In questo caso infatti non ci sarà più una parità di poteri, di ruoli assunti nella coppia, ma un partner prevarrà sull’altro, uno decide e l’altro accetta la decisione, uno domina e l’altro è dominato.
Questo rapporto non è armonico, non c’è una sintonia, anche se alcune coppie sono contente di una relazione fatta così, col tempo uno tenderà a dominare sempre più e l’altro invece sarà sempre più passivo.

LA POSSIBILITA’ DI SCEGLIERE E DECIDERE. Per ritrovare un equilibrio nella coppia si dovrebbe sempre avere un margine sufficiente di potere decisionale, di scelta, di partecipazione alla vita attiva della coppia affinchè uno non prevalichi l’altro a volte anche in modo inconsapevole. In una situazione di questo tipo il partner passivo può generare in sé stesso disagio, ansia, dubbi, indecisioni che minano la nostra autostima e il controllo di noi.
Nell’abbandono verso l’altro ci dovrebbe essere un equilibrio basato sul dare e sull’avere, sull’essere attivi e passivi a seconda delle situazioni, sulla capacità di donarci all’altro, ma anche di tenere un margine di controllo e potere nella relazione per evitare di offrire un potere esagerato all’altro partner.

LA PAURA DI PERDERE LA NOSTRA LIBERTA’. Se ci abbandoniamo totalmente al nostro partner, una delle paure che più di ogni altra può venir fuori è quella di perdere la nostra libertà.
La libertà è sacra, è uno degli aspetti più importanti della nostra vita, nel mondo dove viviamo, nel lavoro, nei rapporti con gli altri ed anche nel rapporto di coppia.
Spesso viene minata da comportamenti sbagliati del partner o dai diversi ruoli che si assumono liberamente e non nella coppia stessa, di conseguenza la capacità di darci al nostro partner può far nascere in noi anche una paura di perderci troppo nel partner e quindi di perdere la nostra libertà.

Origini e gestione della rabbia

La rabbia, origini e gestione

gestione e origine della rabbia

“Ogni muscolo cronicamente teso è un muscolo arrabbiato, dato che la rabbia è la reazione naturale alla restrizione coatta e alla perdita della libertà” (Lowen 1994,16)

La rabbia, quindi, per Lowen nasce come risultato della restrizione alla nostra spontaneità, restrizione che facciamo per sopravvivere alle minacce che percepiamo provenire dal mondo esterno. La repressione della rabbia sfocia nella repressione dell’amore: infatti reprimere i sentimenti è un processo mortificante che indebolisce la pulsazione interna del corpo, la sua vitalità e la sua eccitazione. Se si reprime un sentimento, si reprimono, in qualche misura, anche tutti gli altri.

Cos’è la rabbia in bioenergetica

Lowen considera la rabbia nella sua qualità di risposta organismica alle frustrazioni che riceviamo dall’ambiente. La sua posizione è una estensione della posizione reichiana che riteneva che lo sviluppo della nevrosi fosse direttamente collegato al blocco, nel bambino, della sua capacità di esprimere rabbia quando qualcosa minaccia l’integrità della personalità. Infatti per Reich la frustrazione di un movimento teso al piacere porta al ritiro dell’impulso e ad una perdita di integrità nel corpo. Questa integrità può essere restaurata solo attraverso la mobilitazione del sentimento aggressivo: ecco perché Lowen considerava la rabbia l’emozione che guarisce.

Questa mobilitazione dell’energia aggressiva repressa è necessaria anche perché la rabbia repressa non scompare ma va a strutturare i blocchi muscolari. Questa posizione non significa certamente andare nel mondo senza filtri rispetto alle proprie pulsioni aggressive. Anzi per Lowen ripristinare la reazione organismica a questo livello permette proprio di evitare le esplosioni di rabbia narcisistica, collera e ira.

La capacità di contenere la rabbia è il corrispettivo della capacità di esprimerla efficacemente – dice Lowen – Il controllo cosciente necessario al contenimento è equivalente alla coordinazione e fluidità dell’azione che esprime la rabbia. Perciò una persona non può sviluppare la capacità di controllo se non sviluppa la capacità d’espressione.” (Lowen, 1994, 105)

E-mozione e movimento

Il sentimento è la percezione di un movimento interno, senza il quale, non proviamo emozione. La rabbia è la percezione di un afflusso di energia all’interno del corpo che attiva i muscoli che potrebbero realizzare l’atto rabbioso. La percezione però è un fenomeno superficiale, che significa che un impulso porta al sentimento solo quando raggiunge la superficie del corpo. Molti impulsi non si traducono in sentimenti perché rimangono confinati all’interno.

Spesso è quello che accade con la rabbia: l’impulso raggiunge il muscolo e lo rende pronto all’azione. L’io blocca l’azione attraverso una controtensione. Gli individui che per paura hanno represso la rabbia contro i genitori, per fare un esempio, mostrano una notevole tensione nei muscoli superiori della schiena. In molti casi la schiena è incurvata e sollevata, come quella di un gatto pronto all’attacco. Ma questo non significa che la persona sia in contatto con l’impulso rabbioso sottostante, magari può esprimere però questa tensione rabbiosa per uno stimolo di altra natura, o meglio per uno stimolo in cui l’espressione rabbiosa suscita meno conflitto.

Facciamo un esempio molto banale: non litigo con mio padre ma con il postino che suona troppo forte e che ha l’età di mio padre. In questo caso il litigio con il postino – totalmente inutile ai fini della consapevolezza – permette di scaricare parte della tensione e lo fa attraverso una relazione più neutra in cui emergono meno sensi di colpa se ci lasciamo andare.

Altra area in cui viene tipicamente trattenuta la rabbia è la mandibola: una controtensione che è stata necessaria per bloccare l’impulso di mordere o piangere. La tensione cronica della mandibola non può essere allentata con uno sforzo cosciente perché spesso rappresenta un atteggiamento caratterologico di determinazione.

Perché gli esercizi espressivi della rabbia

Contenimento e controllo – che in bioenergetica è padronanza di sé – si sviluppano quando si impara a mantenere l’eccitazione fino ad un livello elevato prima di scaricarla. I bambini non hanno un io sufficientemente forte, né una adeguata struttura muscolare, per avere questo tipo di contenimento. Anche lo strutturarsi di un blocco riduce l’ampiezza della nostra finestra di tolleranza come ben descritto dall’articolo di Tagliavini. La salute psichica è connessa a questa adeguata capacità di contenimento. Un movimento che coinvolge tutto il corpo è un movimento in cui le sensazioni fisiche, emotive e i pensieri sono connessi e si ha una piena consapevolezza e capacità di autoespressione e padronanza.

gestione della rabbiaGli esercizi proposti nelle sedute – o nelle classi d’esercizi – hanno lo scopo di aiutare le persone a percepire questa qualità organismica di rabbia per acquisire la capacità di esprimerla e controllarla. Un controllo che dipende dalla consapevolezza e non dalla repressione. Gli esercizi, per avere un pieno effetto terapeutico, devono essere accompagnati da parole che ne confermino il significato.” Le parole danno oggettività al sentimento e aiutano a mettere a fuoco l’azione. Dire sono tanto arrabbiato mentre si colpisce il lettino, integra la mente con l’azione corporea. Anche qui il tono della voce riflette e determina la qualità dell’esperienza…l’uso della voce fa risuonare il canale centrale del corpo aumentando notevolmente la carica energetica dell’azione.

 

Gelosia tra fratelli

La gelosia tra fratelli: aggressività e tensione

gelosia tra fratelliIl pensiero è buono, ma purtroppo è impossibile da realizzare. Ciò che accade ad un bambino quando arriva una sorellina o un fratellino è piuttosto drammatico: il più grande perde improvvisamente il 50% di tutto ciò che i genitori gli avevano messo a disposizione nella sua vita. È come se ad un certo punto il marito arrivasse a casa con una nuova moglie e pretendesse che tutti e tre viveste insieme nell’amore reciproco.

La reazione del figlio maggiore di fronte a questa pesante perdita solitamente è l’aggressività, o meglio un cocktail di dolore, rabbia e la sensazione di essere sbagliato, che si esprime in episodi di aggressività fisica o verbale. Questo accade, paradossalmente, perché i bambini elaborano, cioè imitano, i comportamenti dei genitori e fanno tutto il possibile per andare incontro ai loro bisogni e desideri – quelli consci e quelli inconsci.

Manuel è stato circondato per tutto il periodo della gravidanza della sorellina da genitori e altri adulti che esprimevano felicità, amore e tante aspettative positive per il nuovo membro della famiglia in arrivo. M. ha cercato di fare propri questi sentimenti, anche se naturalmente le sue immaginazioni non potevano eguagliare quelle degli adulti. Dopo la nascita, quando le gioie dell’attesa sono esplose nella felicità vera e propria e nell’amore, ha provato ad elaborare anche questi sentimenti. E probabilmente lo ha fatto anche spinto da una forte e costante sollecitazione da parte dei genitori, degli amici e degli altri famigliari che erano intorno a voi nelle prime settimane. Il comportamento di tutti gli adulti esprimeva un unico messaggio: «questa è una gioia assoluta e tutti noi amiamo la nuova arrivata».

Tutto questo affetto e questa positività sono un vero dono per la piccola Vittoria, ma nello stesso tempo rendono dura la vita a M., che si sente obbligato a provare le stesse cose degli adulti, ma sente anche qualcos’altro, cioè la perdita. Durante i suoi primi anni di vita la vostra presenza, la vostra attenzione e la vostra voglia di soddisfare sempre i suoi bisogni e i suoi desideri sono i messaggi che M. ha interpretato come “amore”. Ora tutto questo deve essere condiviso con un’altra e ciò lo spinge a dubitare seriamente di essere ancora amato.

Il suo problema più grande è quello di aver subito una perdita gigantesca, che nessun altro sembra notare e deve perciò affrontare da solo. La maggior parte dei bambini impiega alcuni mesi prima di riuscirci, nonostante vengano accusati di essere gelosi, rimproverati e sgridati.

Quando dite: «No!» o «Così non si fa!». Abbiamo anche cercato di farle capire che in quel modo fa male alla sorellina, che così diventa triste. Abbiamo provato ad usare un tono di voce severo, ma non abbiamo visto cambiamenti nel suo comportamento: o comincia a lamentarsi anche lui mentre lo sgridiamo, oppure colpisce di nuovo la sorellina.”

Quando un adulto dice qualcosa che suona incomprensibile o assurdo rispetto a ciò che il bambino sta cercando di esprimere, non serve cambiare il tono di voce. Per il bambino diventa anzi una conferma del fatto che i genitori non gli vogliano più bene e che i suoi sentimenti siano sbagliati – che nella percezione di un bambino significa essere sbagliato come persona. È per questo che, quando lo sgridate, M. ci rimane male, diventa aggressivo e ripete il suo gesto nella speranza di essere compreso (ed in questo imita gli adulti!)

Se un bambino potesse esprimersi verbalmente e con un linguaggio dalle sfumature esistenziali, chiederebbe ai suoi genitori di mettersi seduti ad ascoltare e direbbe loro: «Ho capito che la mia sorellina è la cosa più importante per voi al momento e mi sta bene. Anch’io penso che sia meravigliosa e non vedo l’ora di poter giocare con lei. Ma in questo momento il mio problema più grande è che sento di aver perso il vostro amore e per questo sono disperato e arrabbiato. Uno di voi non potrebbe aiutarmi? Perché non ho nessuna voglia di essere un bambino che non vi piace».

gelosia tra fratelliMa i bambini non sanno sempre usare così bene il linguaggio emotivo (spesso neanche gli adulti…), perciò devono attirare l’attenzione sulle loro frustrazioni, gioie, dolori e necessità. Non hanno bisogno degli inutili tentativi dei genitori di nascondere la loro perdita. Hanno invece bisogno di comprensione.

Suggerisco spesso che in un primo momento sia il padre ad occuparsi di questo problema. La ragione è che tutti i padri, almeno la prima volta, provano più o meno la stessa sensazione dei bambini: essi sentono cioè di finire improvvisamente al secondo posto nella “classifica” delle madri – e senza la prospettiva di poter tornare in cima.

Ma un uomo adulto nel corso di alcuni mesi si accorge che esiste una grande differenza tra l’amore di una madre per il suo bambino e quello per il suo compagno, perciò solitamente la tendenza alla gelosia scompare piuttosto velocemente. Lo stesso non vale per un bambino. D’ora in poi deve condividere lo stesso tipo di amore con un’altra bambina per sempre!

Ciò che gli serve è che suo padre lo prenda in braccio o la porti a fare una passeggiata e gli dica più o meno così: «Posso capire che ti venga voglia di picchiare la tua sorellina ogni tanto, anche se le vuoi bene. Qualche volta capita anche a me. Non la voglia di picchiarla, ma ogni tanto mi dà fastidio che prende così tanto tempo ed energia alla mamma. Dobbiamo cercare di abituarci … Anche a te dà fastidio per questo o ti dispiace solo che non abbiamo più così tanto tempo per stare insieme?».

È importante che questo discorso venga fatto col cuore! I bambini sanno leggere in maniera trasparente l’autenticità di ciò che gli viene detto.

Se le parole vengono dal cuore funzionano sempre, specialmente se un paio di giorni dopo il papà proporrà alla mamma: «Ora per un paio d’ore sto io con la piccolina, così voi due potete andare a fare un giro insieme. Si vede che vi mancate a vicenda».

 

Azioni da non commettere MAI con i bambini

Azioni da non commettere mai con i bambini

azioni da non commettere mai con i bambiniRabbia e / o Aggressività

La rabbia è un’emozione ben conosciuta ma cosa succede quando diventa aggressività e cosa crea quando è diretta sui bambini? Qualunque sia il comportamento dei piccoli, è proprio necessaria e quali sono le conseguenze?

  • Il bambino si sente disorientato, non può comprendere le motivazioni di un atteggiamento violento (ammesso che si possa comprendere!) e prova paura e insicurezza;
  • Apprende un modello di comportamento che “esibirà” in qualsiasi contesto e per qualsiasi motivo (a scuola, con i coetanei, ai giardini) subendo emarginazione e svalutazione;
  • Userà l’aggressività come modello di comunicazione per il proprio disagio anche nella sua vita di adulto creandosi relazioni perdenti e frustranti;
  • Svilupperà conflitti con i genitori e a loro porterà il “conto finale”.
Svalutazione

Spesso gli adulti non danno peso alle parole che usano quando vogliono rimproverare un bambino per un suo comportamento e pensano di ottenere una risposta opposta a quella che si “costruisce” senza riflettere , ciò può provocare:

  • Bassa autostima. Il bambino incomincia a credere di essere inadeguato, di non avere risorse da spendere. Ogni confronto gli creerà ansia se i suoi stessi genitori gli ricordano di essere incapace;
  • In alcuni casi si sentirà di reagire chiedendosi prestazioni eccessive senza prendere pace mai, neppure di fronte ai successi. Penserà di dover emulare modelli genitoriali irraggiungibili e, non raramente, potrà cadere in depressioni infantili, sempre più frequenti.
Umiliazione

Quante volte un adulto non si rende conto che riprendere un bambino in pubblico crea al piccolo un dolore che non può esprimere; uno schiaffo, una sgridata eccessiva, un insulto (sei stupido, sei imbranato, sei il solito), uno strattone lo mettono nella condizione di estrema umiliazione e non sortiscono effetti educativi ma, al contrario, possono sviluppare:

  • Rabbia e aggressività;
  • Senso di tradimento, tradito dal genitore che rende pubbliche le sue difficoltà;
  • Bassa autostima;
  • Apprendimento di un inefficace comportamento sociale;
Mancanza di ascolto

 Un genitore e / o insegnante, spesso, fa i conti con la sua stanchezza ed i problemi quotidiani e non prende coscienza di dare un ascolto sommario ai bisogni di un bambino; li sottovaluta come cose di poca importanza e dilaziona all’infinito le promesse del “dopo” che, raramente, arriva nel momento giusto. Più tardi, in adolescenza, la “chiusura” all’altro è assicurata. Quali i sentimenti che scatena la mancanza di ascolto in un bambino?

  • Sente di non essere importante proprio mentre affronta “problemi” per lui vitali;
  • Sfiducia nel mondo;
  • Desiderio di richiudere dentro sentimenti ed emozioni;
  • Mancanza di empatia che più tardi potrebbe diventare incapacità di dare importanza al prossimo;
Insofferenza

Quanti reagiscono con insofferenza ai capricci di un bambino o alle sue richieste anche sacrosante e quali sono gli strumenti che un piccolo ha per comprendere le difficoltà appartengono agli adulti? Ciò che ne deriva non sono pensieri e ragionamenti ma stati emozionali che vanno in quella “spugna “ emotiva dalla quale sarà difficile far riemergere gli eventi, che fanno male ma, di sicuro, creeranno malessere diffuso (come tutto il resto sopra elencato ) nella vita da adulto.

  • Insofferenza appresa;
  • Difficoltà ad aspettare;
  • Difficoltà nella relazione;
Iperprotezione

azioni da non commettere mai con i bambiniPer molti adulti un bambino non cresce mai ed ha costantemente bisogno di protezione e difesa anche laddove ha le capacità di agire in proprio.
Risolvere i problemi di qualunque tipo, non ultimi quelli con i coetanei, sovrapporsi al piccolo nella ricerca delle soluzioni, creargli dipendenza in ogni azione, farlo sentire inadeguato in ogni contesto può sviluppare:

 

  • Bisogno di continua approvazione;
  • Incapacità di scelte personali;
  • Sentimento profondo di inadeguatezza;
  • Sentimento di inferiorità;
  • Paura di deludere e immobilismo;
  • Difficoltà scolastiche;
  • Regressione infantile e costruzione di personalità immatura;
  • Sintomi psicosomatici (la malattia come alibi: depressione, ansia, attacchi di panico, ecc);

Il panorama può essere molto più vasto ma una cosa che occorre sottolineare è che tutto questo avviene, nella maggior parte dei casi, senza la minima consapevolezza da parte degli adulti che pure amano i bambini. Si potrebbe parlare, piuttosto, di una sorta di “cecità” e “ sordità” psicologica tramandata da generazioni nonostante si siano sperimentati gli stessi “dolori”.

Non si parla di colpa, quindi, ma di errori che aspettano di essere rivisitati con una diversa ottica, quella dell’intelligenza emotiva, che raggiunge vette molto più alte di qualsiasi quoziente intellettivo…

Mettersi “in cammino” vuol dire già essere genitori e adulti sui quali potranno contare le future generazioni.

Come fronteggiare il MOBBING, percorsi di utilità

Come fronteggiare il MOBBING

Quando si trattfronteggiare il mobbinga di condizioni di disagio a lavoro, è molto importante rivolgersi a centri specializzati e strutturati per accogliere chi ha difficoltà, fare una valutazione e con il preciso scopo di prevenire condizioni di disagio conseguenti alle patologie stress lavoro correlate.

Da un punto di vista legislativo deve rispondere a quanto disposto dal D.lgs 81 del 2008 (legge sulla sicurezza dei luoghi di lavoro). In questi casi la procedura consiste in un primo colloquio psicologico, alla somministrazione di test psicodiagnostici, e ad un secondo colloquio con l’utente.

L’accertamento ha una valenza medico-legale e si conclude con una certificazione che sarà inviata al Medico Competente che la utilizzerà come contributo tecnico al provvedimento sanitario da adottare. Qualora se ne ravvisi la necessità si possono svolgere, conclusa la parte formale dell’attività di accertamento, un breve periodo di counseling finalizzato a comprendere il senso di disagio proposto dal soggetto. L’attività di counseling non assume mai una dimensione psicoterapeutica.

Step imprescindibili per un iter affidabile

  1. Test psicodiagnostici a valenza medico legale
  2. Questionari di accesso;
  3. Colloquio di accoglienza (Test proiettivi di personalità; Test di deterioramento o sviluppo intellettivo)
  4. Colloquio psicologico;
  5. Colloquio psichiatrico;
  6. Visita medico del lavoro o colloquio psicologico conclusivo.

Oltre alla possibilità di effettuare un percorso di valutazione alcuni centri offrono un percorso esperienziale formato da:

  • Gruppi di incontro tra utenti che soffrono di problemi stress lavoro correlati, a carattere psicoterapeutico e di sostegno.
  • Laboratori anti – mobbing, ovvero incontri di tipo seminariale, sempre a carattere psicoterapeutico e di sostegno, in cui attraverso la visione di film si elaborano tematiche e nuove strategie utili al fronteggiamento dei problemi stress lavoro correlati.

Le vittime di mobbing o persone comunque sofferenti per disagio relazionale sul posto di lavoro, narrano l’esperienza di una vasta gamma di emozioni negative che vanno dal senso d’impotenza, al calo dell’autostima, fino ad un forte senso di autodeprecazione, rabbia, mancanza di concentrazione, vuoti di memoria e pensieri intrusivi e disturbanti. Il percorso esperienziale attraverso i gruppi ed i laboratori ha lo scopo di offrire uno spazio per la mediazione emozionale, con l’obiettivo di comprendere le modalità di reazione agli eventi ed alle relazioni.

Rimane fondamentale creare un proprio progetto di cambiamento, possibilmente anche attraverso una terapia individuale, con la prospettiva di innescare un nuovo processo evolutivo. I setting in cui viene reso possibile tutto questo garantiscono un clima di fiducia e condivisione in cui è possibile attuare processi di scambio di conoscenze, di sviluppo di creatività nella risoluzione dei problemi e di recupero delle competenze e capacità.

Lo scopo è quello di creare delle comunità competenti all’interno del territorio che condividano non solo i problemi, ma anche le esperienze della loro risoluzione; per questo scopo si utilizzano proiezioni di film su argomenti attinenti che siano da stimolo per sviluppare nuove modalità creative, nuove visioni e nuovi modi di pensare riguardo le difficoltà lavorative.

Anaffettività e dipendenza affettiva maschile

Anaffettività e dipendenza affettiva maschile

dipendenza affettiva maschileA differenza di quella femminile, la dipendenza affettiva maschile è più mascherata e più drammatica. Un motivo è quello familiare e culturale: l’uomo è spinto a controllare le sue emozioni e gli affetti perché deve apparire forte.

Come si esprime la dipendenza maschile?

Essa si esprime attraverso tre diversi comportamenti:

  • La ricerca del potere;
  • La paura di legarsi ed impegnarsi;
  • La freddezza, tecnicamente “l’anaffettività”.

IL POTERE

L’uomo dipendente cerca di dominare e di imporsi nel rapporto di coppia.

Il potere è uno strumento che utilizza per nascondere al mondo la sua fragilità e cioè il suo personale bisogno di dipendenza ed è per questo motivo che cerca partner bisognosi di cure e affetto. Finché il partner accetta di recitare la parte del “debole”, il rapporto può mantenere un equilibrio. Se questi, spontaneamente o per effetto di un cambiamento, inizia a conquistare una maggiore autonomia o ricerca la parità, l’altro cerca di respingerlo nella condizione di dipendenza attraverso la manipolazione psicologica, tentando cioè di provocare nel partner dei sensi di colpa.

Se il “debole” insiste nella rivendicazione, c’è il rischio che l’uomo prima s’incattivisca, minacciando l’abbandono, e poi, di fronte ad un processo irreversibile, crolli miseramente aggrappandosi ad essa.

LA PAURA DI LEGARSI

Gli uomini – in genere – si vantano di essere indipendenti e liberi, cercano la libertà e rifuggono i legami eppure è raro che non abbiano legami. I legami poi o s’interrompono precocemente in nome della libertà o sono portati avanti, ma il partner è vittima di manipolazioni psicologiche e/o deprivazione affettiva.

Quest’atteggiamento porta le donne a giudicare uomini del genere “figli di puttana”. dipendenza affettiva maschileL’accusa però è impropria. Primo, perché in genere gli uomini che hanno non si vogliono legare hanno avuto madri iperprotettive e gelose. Secondo, perché “non lo fanno apposta”; l’uomo è in buona fede nel momento in cui entra in relazione e sente che quella è la donna giusta. Il problema si pone se l’uomo sente che il sentimento potrebbe condurlo a “qualcosa d’importante” e la paura raffredda ogni sua passionalità ed intenzione sentimentale.

L’ANAFFETTIVITÁ

L’anaffettività è tipica di quegli uomini che invece cedono al bisogno di relazione, ma poi compensano la propria paura con un atteggiamento che non dà spazio al calore, alla tenerezza, ai gesti affettuosi. Quest’atteggiamento spesso porta all’esasperare la partner perché è come se l’uomo stesse con lei per farle un piacere, ma manifestamente “scoglionato”. L’uomo anaffettivo inoltre è facilmente riconoscibile dal fatto che svaluta la sua partner. La strategia inconscia che sottende quest’atteggiamento è rivolta a convincere la partner di non avere alcun valore e, pertanto, di essere fortunata d’avere accanto un uomo il quale, nonostante i suoi difetti, la tollera. Tale strategia è ovviamente funzionale a evitare l’abbandono. Se essa funziona, di fatto, la donna finisce con lo svalutarsi, e di solito questo comporta l’insorgenza di disturbi di vario genere, ma soprattutto alla depressione.

Se la partner non ha una personalità depressiva e si oppone ai tentativi di squalifica del partner, avanzando una serie di rabbiose contestazioni volte a evidenziare i difetti dell’altro, quest’ultimo si arrabbia, passa gran parte del tempo a dire che lui è fatto così, se non le va bene può andarsene, tanto lui non ne ha bisogno e non sa che farsene.

Intanto, ovviamente, continua a “pretendere” di essere accudito e più si sente debole e minacciato più aumentano le recriminazioni. Se la donna, alla fine, non ce la fa più e si allontana, i tentativi di ricondurla al suo posto sono incessanti, ma non si associano mai alla confessione dell’affetto e del bisogno. Quando essi riescono vani, e l’uomo non ce la fa ad avviare un altro rapporto con le stesse caratteristiche del precedente o, al limite, a rifugiarsi presso la madre, si danno paurosi crolli dell’identità personale.

L’UOMO E LA RICERCA DELLA SECONDA MAMMA.

Se si osserva oggettivadipendenza affettiva maschilemente il comportamento di un uomo a casa, si nota come essi esprimano un bisogno di affidamento totale alla partner femminile: farsi accudire (cibo, pulizia della casa, lavaggio e stiratura degli abiti, ecc.) a richieste ingiustificabili (farsi allungare un oggetto a portata di mano, chiedere dove stanno le cose, ecc.).

Comportamenti del genere sono intollerabili per alcune donne, perché
essi sono letti come impositivi e prepotenti. La prepotenza di fatto è oggettiva. Il motivo alla base di questo comportamento è che l’uomo ha bisogno di sondare la disponibilità della partner da un punto di vista “pratico” nei suoi confronti e da questa disponibilità ne ricava conferme affettive, così come la donna le donne le ricava dalle attenzioni, dalle tenerezze e dalle espressioni di affetto.

La natura “mammona” dei maschi italiani in particolare è un luogo comune, ma molto più concretamente occorre riconoscere che, almeno nel contesto culturale italiano, parecchi figli maschi sono curati, iperprotetti e idolatrati dalla madre.

L’iperprotezione materna condiziona i figli a dipendere da una figura femminile, e ciò esaspera le donne evolute, soprattutto se esse lavorano, si tratta di un vero e proprio handicap, che si rende evidente in due circostanze; la partner si ammala, ha dei disturbi psicosomatici che esprimono il suo bisogno di sottrarsi al ruolo di madre. In tale circostanza, l’uomo si aggira per la casa come un cane bastonato, scopre, con frustrazione e con rabbia, la sua scarsa dimestichezza coi fornelli, con la lavatrice, col ferro da stiro, ecc. Le donne masochiste alla fine si trascinano fuori dal letto e continuano a fare le mamme affrante, le donne combattive invece assumono atteggiamenti più sadici, ma rischiano di aggravare ancor più la loro condizione fisica.

La seconda circostanza si realizza quando la donna, stanca di fare da madre e da serva all’uomo, decide di separarsene. Le conseguenze di questa decisione sono varie. Alcuni uomini, che non hanno mai manifestato un attaccamento particolare alla partner, crollano, si aggrappano a lei, la scongiurano di non lasciarli soli e promettono di cambiare. Altri si appellano a parenti ed amici per indurre un ripensamento nella partner, la colpevolizzano fino al giorno della comparsa di fronte al giudice. Altri reagiscono con indifferenza e con ma questo atteggiamento dura finché essi non capiscono che è finita per sempre. Quando avviene questa presa di coscienza, il comportamento indifferente si converte in uno dei due descritti in precedenza.

I MASCHIETTI NON PIANGONO!dipendenza affettiva maschile

Il problema è che gli uomini, non meno delle donne, sono vittime di una tradizione che impone loro di controllare le emozioni e l’affettività e di vergognarsene profondamente.

La vergogna, è accentuata dal comportamento iperprotettivo delle madri italiane che, nell’intento cosciente di privilegiarli, finiscono, di fatto, con il determinare nei figli un bisogno incoercibile di dipendenza da una figura femminile.